“Basta col produrre dei capolavori: bisogna essere dei capolavori!”. Con questa affermazione Carmelo Bene, tra i più celebri protagonisti della “neoavanguardia” teatrale italiana, svelava al suo pubblico le caratteristiche essenziali che deve coscienziosamente avere un artista contemporaneo ma che inconsciamente doveva avere anche un artista di epoca classica, medievale e moderna.

In quest’epoca non basta saper comporre, riprodurre, inventare perché tutto è già stato detto, inventato e prodotto. Con l’avvento del digitale l’arte diventa più debole perché deve cedere il passo alla tecnologia che permette di produrre colori, brillantezza, riflessi e sfumature impeccabili perché controllate numericamente. Boris Dondè è un oltre-artista, proprio perché va oltre il concetto di arte convenzionale. Un artista che con il suo stile è diventato un simbolo, un vessillo dell’arte contemporanea.

Bisogna saper essere plasmabili come la materia, dinamici come il colore, brillanti come gioielli per poter stare al passo con questo continuo evolvere. Globale, come la sua visione del mondo è uno spettatore che gode di una prospettiva privilegiata. Con lo sguardo rivolto al mondo mutevole, con cui dialoga grazie alla padronanza del linguaggio artistico universale, l’artista ha saputo mettere a frutto gli studi svolti presso la New York Academy dove ha potuto conoscere e respirare l’aria dei fervidi ambienti frequentati in quegli anni.

Arte come pensiero, filosofia, stile di vita, elegante e dinamico ma mai frenetico perché pensato e calibrato. Non basta produrre opere d’arte, bisogna essere quell’opera d’arte perché è l’artista che l’estimatore vuole possedere, non la semplice materia prodotta dall’artista.

Lo dimostrano le rincorse onerose e spasmodiche nel ricercare le opere dei grandi del passato e nel farle attribuire dai maggiori critici d’arte. Dondé tutto questo lo ha capito e lo ha assimilato talmente bene da divenire esso stesso il prodotto della sua arte. Artefice del suo successo, ha esposto a Monte Carlo, Tokyo e Dubai, negli elegantissimi showroom a St. Moritz, Vienna e Zurigo per poi consacrarsi nel tempio della nuova galleria permanente in Via Nassa a Lugano.

Lui è la sua arte, e la sua arte è il simbolo della sua persona. È in questi simboli, nelle sue opere, che noi riconosciamo la sua forma. È nella sua arte, nel suo modo di muoversi, di vestire, nella sua eleganza che noi riconosciamo il suo valore. Nell’antica Grecia il simbolo significava proprio questo; era il mezzo di riconoscimento ma anche di controllo della persona, della famiglia di appartenenza. Lo si otteneva spezzando irregolarmente in due parti un oggetto. Chi possedeva una parte di questo oggetto poteva riconoscere il possessore dell’altra metà solo tornando a far combaciare l’altra metà dell’oggetto.

Platone ci racconta di Zeus che invidioso dell’uomo ne divise la sua essenza condannandolo a ricercare per sempre quella sua metà che lo rendeva perfetto, completo. Noi, da allora, siamo condannati a cercare quella metà in eterno. Nell’altra persona da amare, nei suoi gesti, nelle sue forme: cerchiamo da sempre quelle vibrazioni che ci mettano in armonia con il mondo. È per questo motivo che Platone ci dice che noi non siamo uomini ma siamo il simbolo dell’uomo, di quell’uomo antico descritto nel Simposio.                                                               

L’arte è esigenza e l’esigenza di Boris Dondè è di diventare il simbolo, la metà e la meta della propria arte.

Grand Hotel Kempinsky High Tatras Slovakia

Ospiterà dal 05 Febbraio al 06 Marzo 2022

Boris Dondé mostra personale “DONDE’ POP ART”

 

Per saperne di più @ Dondé Art Gallery

 

 

Articolo a cura del Prof. Luca Caricato

Esperto Vinciano – Storico dell’Arte – Critico d’Arte

Luca Caricato – La dimensione dell’Arte

 

 

 

 

 

 

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