Qualche sera fa, girovagando per i canali televisivi della mia TV, mi sono imbattuto nel film cult western “Il buono, il brutto e il cattivo”, diretto da Sergio Leone nel 1966. Lo avevo già visto ma, quasi per incantesimo, mi sono lasciato prendere dalle accattivanti note della splendida colonna sonora. Ho quindi avuto accesso, per l’ennesima volta e dalla porta principale, al mondo del vecchio West, un decennio statunitense di fine ‘800 che ha ispirato a tal punto scrittori e cineasti da renderlo una magica epopea.

Il pensiero è andato così all’autore della colonna sonora, il Maestro Ennio Morricone, una delle eccellenze italiane conosciute e riconosciute in ogni angolo del mondo, venuto a mancare, purtroppo, l’anno scorso. Mentre vagavo con la mente nel West, tra spari, ululati e fischi che si integravano perfettamente con le avventurose melodie, mi sono ricordato dell’intervista concessami nel 2017 dal Maestro e del relativo articolo da me scritto che, onorato, ripropongo ai lettori di Rinascimento Magazine.

Come non provare una grande emozione intervistando il più grande musicista italiano del nostro tempo? E, si badi bene, sottolineo italiano per la sua nazionalità, non già per la portata della sua fama che, ormai, è diffusa dall’Oriente al West…  Ennio Morricone: compositore, direttore d’orchestra, trombettista, arrangiatore e tanto altro. Il grande pubblico lo conosce principalmente per le colonne sonore che hanno dato un’eco musicale a film di grande successo ma la sua produzione è talmente estesa da interessare diversi settori (cito, scegliendo con difficoltà tra le sue mille attività, cattedratico all’Accademia di s. Cecilia, direttore d’orchestra, compositore di colonne sonore, di successi di musica leggera come “Sapore di sale” o “Se telefonando”, e di musica classica…). Stessa difficoltà nello scegliere tra i premi vinti, due Oscar, tre Grammy Awards, il Leone d’Oro alla carriera…

Attenzione, premura e rispetto, queste sono le prime parole del Maestro alla mia domanda sul segreto del suo successo: l’attenzione è la disponibilità a cogliere gli aspetti della vita e non lo studio sterile di qualsiasi insegnamento. Ogni attività che ci riguardi, sia in veste di partecipante che di osservatore, ci offre degli stimoli che possono essere trasposti nell’arte, qualunque essa sia. Il caso ha voluto che il Maestro Morricone si sia interessato alla musica ma è stato solo grazie a questa sua attenzione e alla sua tenace forza di volontà, che è riuscito a raggiungere elevati traguardi. L’aggettivo successivo, cioè la premura, ci esplica il desiderio irrefrenabile di trascrivere la sua esperienza sul pentagramma, con quella passione intensa che caratterizza tutta la sua opera e che suscita emozioni in chiunque la ascolti. Il rispetto, precisa il Maestro, è l’onestà intellettuale che consente al pubblico di riconoscere la sua firma sui suoi brani. Ed è anche la stima e la fiducia verso tutti coloro con i quali collabora, a prescindere dalla funzione, dal microfonista al regista, dal costumista al solista.

Che cosa è la musica per il Maestro? È un’arte che si distingue da tutte le altre perché non si può né toccare né vedere e, in uno slancio romantico, afferma che la musica è nell’aria, quasi “la respiriamo”. I suoni diventano molecole di ossigeno necessarie per la nostra vita, non possiamo farne a meno. Non a caso il titolo della sua autobiografia, pubblicata nel 2016 (Mondadori Editore) e scritta in collaborazione con Alessandro De Rosa, è “Inseguendo quel suono”.

E quelle molecole di ossigeno vengono rielaborate dal cervello trasformandole in molecole di pensiero. Il Maestro, poi, espone in poche parole una sua teoria sull’esigenza che lo spinge, e ci spingerebbe, a fare musica: è un bisogno meccanicistico, una necessità del nostro cervello che prescinde solo inizialmente dal cuore, dando soddisfazione a ideali compositivi. Poi, una volta ultimato lo spartito, l’ascolto dei suoni coinvolge l’emozione e il sentimento del compositore, dell’esecutore e dell’ascoltatore.

E, finalmente, il cuore respira le note cogliendole dall’aria…

Articolo a cura di Roberto Castellucci

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