La “Ferrari 400 Superamerica” nasce per gli scenari internazionali nel gennaio 1960, quando viene presentata ufficialmente al Salone dell’automobile europeo di Bruxelles. L’esigenza della Casa di Maranello è creare un modello che “spinga” le caratteristiche già vincenti di quello precedente, la “Ferrari Superamerica 410” del 1956, sia in termini di prestazioni che di comfort e linea, in pratica raggiungere la perfezione. In realtà i primi due esemplari prodotti della “400” risalgono al 1959 e mentre uno rappresenta il prototipo che detterà le linee produttive di ben altri 45 esemplari, l’altro è oggetto di una personalizzazione molto avanzata perché commissionato da un personaggio estremamente glamour del Novecento italiano: Gianni Agnelli.

Il modello base, chiamato in seguito anche Superfast II, adotta un motore V12 a 60°, anteriore e longitudinale, progettato da Gioacchino Colombo, che supera concettualmente il “blocco lungo” di Aurelio Lampredi (usato sulla “410”), prevedendo una distribuzione con singolo albero a camme in testa per bancata di cilindri. Il propulsore viene ingrandito, con la corsa innalzata a 71 mm e l’alesaggio a 77 mm, la cilindrata viene portata a 3967,44 cm³ e la potenza erogata raggiunge i 340 CV a 7000 giri al minuto.

Il motore così realizzato, insieme a una linea estremamente aerodinamica disegnata da Giovanni Battista “Pinin” Farina che, particolarità, proprio nel 1961 un decreto presidenziale dell’allora Giovanni Gronchi autorizza a cambiare il proprio cognome in Pininfarina (riunendo in una sola parola i nomi “Pinin” e “Farina”), consente alla “Ferrari 400 Superamerica” di raggiungere i 265 km/h, una velocità molto sostenuta in quel periodo per un’automobile non da gara.

Ma saliamo a bordo per un virtual tour, non prima di essere passati rapidamente nella macchina del tempo e aver “subìto” un ringiovanimento di diversi anni…  Siamo all’inizio degli anni sessanta e il terso tepore mattutino di una giornata primaverile ci invita a una scampagnata in uno dei fantastici scenari naturali che la nostra cara Italia ci offre. La linea morbida della “400” ci attrae ineluttabilmente ed è difficile resistere dall’accarezzarle il lungo cofano anteriore, laddove i due grandi oblò dei fari e il netto taglio della presa d’aria ci fanno pensare a un musetto di un animale degno di protezione (tale idea è ancor più accentuata osservando il posteriore a coda d’anatra).

L’ingresso, seppur un po’ bassino, risulta ampio perché lo sportello è adeguato alla lunghezza dell’abitacolo, previsto per un massimo di due persone e dedicato, quindi, al conducente e all’accompagnatore. Le linee morbide esterne continuano anche all’interno, con i quadranti della strumentazione di forma circolare incorniciati da cromature scintillanti e il classico volante a tre razze di ampio diametro, nel cui centro è cesellato il mitico cavallino rampante. Se la vista risulta esaustivamente soddisfatta a 360 gradi, anche il tatto ha la sua gratificazione: i rivestimenti dei sedili sono realizzati con pregiatissimo pellame della Connolly Leather, storico fornitore della Casa reale inglese.

La sensazione del contatto con il famoso cuoio Vaumol è quella di indossare un delicatissimo guanto che avvolge bacino e schiena e ben dispone a godersi lo spettacolo offerto dall’ampio parabrezza, confortato nell’areazione da due comodi deflettori laterali. Lo spettacolo diventa completo quando ha inizio la sinfonia dei suoni: l’accensione del potente motore produce, con i suoi giri, note melodiose che si stagliano su un particolare pentagramma, il rombo possente dell’automobile. Ma veniamo ora all’esemplare speciale, la numero uno della “400”, realizzato sulla base dei desiderata di Gianni Agnelli, allora manager trentottenne della FIAT, azienda di proprietà della sua famiglia.

Le chiamano le “rosse”, le Ferrari, e “l’Avvocato”, così era soprannominato Gianni Agnelli, commissiona il suo modello color grigio metallizzato per distinguersi ma, anche, per non distinguersi. Il paradosso lo confida lui stesso al “Drake” (soprannome di Enzo Ferrari, allora proprietario della Casa di Maranello): vuole “passare inosservato in strada”, pur conservando tutte le finiture interne lussuose e adeguate al suo rango, del resto noblesse oblige! In questa prospettiva rientra anche l’assenza di qualunque marchio Ferrari sulla carrozzeria e, soprattutto, la scelta del modello berlina, anziché coupé, pur conservando il gagliardo motore di serie. Infine, per completare il suo intento, l’Avvocato dispone di montare sulla sua “400” quattro grandi e potenti fari perché quando rientra dalle feste, di solito la mattina presto, vuole essere visto da coloro che usualmente a quell’ora si recano al lavoro e che potrebbero essere insonnoliti dal precoce risveglio.

Ci si potrebbe scommettere e vincere sulla contrarietà di Enzo Ferrari davanti a queste insolite richieste, superata solo dalla profonda stima e amicizia che lo legava a Gianni Agnelli. Ma tant’è che le officine Ferrari assecondano tutti i desideri del facoltoso committente e producono la sua “400” con le fattezze di un’auto a tre volumi ma con le prestazioni di un’auto da corsa. L’esperimento della personalizzazione fa dottrina e sarà ripercorso da diversi personaggi illustri del jet set dell’epoca (come lo Scià di Persia e Peter Sellers), tanto che verrà prodotta persino una “400” con la guida a destra! E non poteva neppure passare inosservata al grande cinema dove, ne “Il tigre” di Dino Risi, viene guidata spensieratamente da un giovane Vittorio Gassman.

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Pur nella perfezione storica del veicolo, la modestia spingerà Enzo Ferrari a proferire il famoso aforisma: “La miglior Ferrari che sia mai stata costruita sarà sempre la prossima”.

 

A cura di Roberto Castellucci

 

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