Si è da poco conclusa Fragmented Identities, secondo appuntamento parte del più ampio Border Art Fair 2020, svoltasi dal 3 settembre al 2 ottobre a Venezia presso The Room Contemporary Art Space e Palazzo Albrizzi-Capello.

Organizzato da Itsliquid Group, in collaborazione con Venice Events e ACIT Venezia, è un festival che mette la lente d’ingrandimento sul concetto di confine fra anima e corpo, essere umano e città, analizzando l’idea di frontiere urbane e persone, modificate immancabilmente nei comportamenti e nelle attitudini dalla società contemporanea, e limitate nella propria libertà con un conseguente senso di alienazione. Immaginiamo un essere umano che reagisca rompendo le barriere in cerca di un nuovo vivere, in un mondo fatto di città liquide. Le identità personali possono essere considerate alla stregua di frammenti d’identità della società contemporanea: sfida della mostra è vedere tali frammenti da più punti di vista e spezzare il confine fra l’uomo e lo spazio che lo circonda.

Fra gli artisti esposti a Palazzo Albrizzi-Capello, lo stilista Massimo Crivelli che entra in questo progetto rappresentandone i contenuti sotto svariati aspetti: a dimostrarlo è lo stesso fatto di esporre abiti, pur perfettamente indossabili, nel contesto di una mostra d’arte, così come averli realizzati fuori dalle tempistiche dettate dal calendario della moda. L’identità del progetto riflette infatti una natura artistica e allo stesso tempo quella di fashion brand.

Gli abiti di Crivelli non sono realizzati secondo canoni già visti, sono capi fatti di frammenti, pezzi fluttuanti tenuti insieme tramite pochi punti di contatto legati insieme in una dimensione sospesa. Una frammentazione onnipresente, anche nell’identità dello stesso Massimo Crivelli, artista, stilista imprenditore, a seconda del punto di vista.

“I due abiti esposti a Venezia testimoniano la continuità di un percorso che lega il mio lavoro, la mia ricerca e la mia maturazione professionale alle suggestioni di un mondo onirico. Potrei chiamarlo il mio mondo di vetro. In realtà il mondo del vetro per me non è soltanto una dimensione materica, anzi. Nella trasparenza, nei colori e nelle forme del vetro soffiato c’è un universo tutto mio di immagini e sensazioni” racconta Crivelli. “C’è la mia infanzia con le stesse forti suggestioni che solo i bambini possono provare davanti al vetro colorato. C’è una città che amo profondamente e che sa di mare, di cultura, di vacanza, di globalità, di sogni e di illusioni. C’è il profumo di uno stile, di un’eleganza senza tempo e di una seduttività che ispira la mia vita di designer perseguitandomi come un amore impossibile ma che non si può lasciare mai” prosegue il couturier nel descrivere il suo contributo all’esposizione.

Le sue sono dunque creazioni che muovono un passo verso un amore ideale, sono un tentativo di abiti dalle sembianze di un oggetto di vetro capaci di trasportare in una dimensione onirica. “Il tempo trascorso ad elaborare tessuti per renderli lucenti, riflettenti o trasparenti, i giorni passati ad inventare nuove lavorazioni, accostamenti di materie, ricami e applicazioni, sono volati sulle ali della passione. Giorni di ago e filo, di cuciture rigorosamente fatte a mano, ma anche di termosaldature. Ultra moderno e antico, tutto insieme. Il risultato che tende al raggiungimento di un obiettivo ideale, rimandandolo dunque ad una prossima evoluzione”.

Per Massimo Crivelli l’arte è tra le poche cose con il dono di confondere tempo e spazio, in grado di far sentire completi. L’arte è sempre presente nel suo lavoro, è l’unico modo in cui concepisce il suo dare vita allo stile, non solo perché le ispirazioni delle sue creazioni vengono dall’arte, ma perché quello che conta davvero è pensare, progettare, realizzare un abito come se fosse un oggetto unico e perfetto, alla stregua di un capolavoro da lasciare ai posteri.

Il pensiero artistico non si accontenta mai di replicare qualcosa di già esistente e Crivelli intende le proprie collezioni come l’espressione di questo bisogno di unicità che supera persino il segno dell’estetica. Un modo di lavorare per così dire tormentato, ma che non lascia alternative. Essere annoverato nel panorama degli artisti dà allo stilista una sensazione che il fashion system non è in grado di trasmettergli nella stessa misura. Per questo nelle sue collezioni, anche quelle destinate ad una distribuzione più immediata, c’è sempre spazio per qualche creazione che abbia il sapore di un’opera d’arte più che di un capo di abbigliamento.

 Per saperne di piu’ @ Massimo Crivelli

a cura di Dafne Ambrosio

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