“Il Ticino fiabesco non esiste più … Ovunque rivolga lo sguardo, nuove case, nuovi alberghi, nuove stazioni, tutto si ingrandisce, ogni edificio si alza di un piano; non sembra più possibile passeggiare per un’ora in qualche parte del mondo senza incontrare sciami di persone.” Questi pensieri, che sposo fedelmente, suonano straordinariamente attuali ma, in realtà, risalgono al 1927 e appartengono a Hermann Hesse. Lo scrittore, tedesco d’origine ma svizzero d’animo, s’innamorò del Ticino a tal punto da eleggerlo come propria patria e dimora per ben quarantatré anni. Nella primavera del 1919, quando si stabilì qui, forse non immaginava che tra lui e questi luoghi si sarebbe stretto un legame viscerale, talmente profondo da indurlo a “rinunciare per sempre alle vertigini di orientali lontananze”.

Qui, precisamente a Montagnola, nel luganese, Hermann Hesse scelse infatti di vivere, pensare, creare e, infine, morire, nel 1962. L’eredità lasciata al Ticino è un Museo a lui dedicato, aperto nel 1997 proprio accanto alla prima casa dello scrittore, un’oasi solenne dove ricalcare le sue tracce, dove respirare le ispirazioni che lo portarono a scrivere “Il gioco delle perle di vetro”, “Siddharta” e altri capolavori cari a tutti noi. Ma Hermann Hesse non era solo un abile tessitore di racconti e poesie. Alla fine della Prima Guerra mondiale, un’oscura crisi personale lo portò a seguire la cura prescrittagli dal suo medico: dipingere. “Un giorno scoprii un piacere nuovissimo: a quarant’anni incominciai improvvisamente a dipingere … il dipingere è meraviglioso, rende più allegri e pazienti. Dopo non si hanno le dita nere come quando si scrive, ma rosse e blu.”

Anche molti dei suoi acquerelli, insieme alla sua tavolozza personale, sono esposti al Museo e ammirando quei paesaggi sognanti, fiabeschi appunto, pare di intercettare lo stato d’animo dell’artista innamorato dell’incanto fluttuante che si offriva ai suoi occhi: una fetta di lago, la pancia di una collina, le braccia delle palme al vento. Si sedeva su un seggiolino pieghevole, spostandosi tra piccoli villaggi, prati e boschi di castagni, cercando di immortalare luci e colori ma, soprattutto, emozioni. I suoi dipinti hanno il sapore dei suoi racconti: sono genuini, catturano con facilità e, personalmente, mi riportano indietro di tanti anni, quando sentivo di imparare molto leggendo “Narciso e Boccadoro”, “Demian, “Il lupo della steppa”…

Uno dei suoi acquerelli, in particolare, ha il candore di quelle letture di gioventù: ritrae il Monte San Salvatore dall’alto, che si specchia nel lago cristallino, “sporcato” solo da una misera manciata di case. Tutto il resto è montagna! Ecco, chissà cosa penserebbe oggi Hermann Hesse vedendo come la fagocitante mano umana si è avventata sui luoghi a lui tanto cari …

Il suo corpo è sepolto nel cimitero di Gentilino. Così come le memorie di un Ticino a dir poco… fiabesco.

Fuori, nuove case, nuovi alberghi, nuove stazioni, tutto si ingrandisce, ogni edificio si alza di un piano; non sembra più possibile passeggiare per un’ora in qualche parte del mondo senza incontrare sciami di persone.

Articolo a cura di Paola Cerana

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