Un’esposizione che nasce dal profondo desiderio di Giuseppe Iannaccone di portare a conoscenza del grande pubblico la propria collezione ricercata in oltre trent’anni: protagonisti dell’allestimento “Il corpo del Colore – La pittura espressionista e neoromantica italiana degli anni trenta”, aperto al pubblico dal prossimo 3 dicembre fino ad aprile 2023 presso Fondazione Carispezia, sono artisti che prediligono un’interpretazione personale della realtà a quella oggettiva o idealizzata.

“La mostra nasce dalla volontà di portare a conoscenza del grande pubblico una preziosa raccolta di opere realizzate tra il 1920 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale” sottolinea l’avvocato e collezionista Giuseppe Iannaccone. “Una raccolta che documenta la fervida attività di una rosa di artisti pronti a restituire, partendo dalla realtà più vera e profonda di quegli anni, una rappresentazione autentica dell’Espressionismo italiano degli anni Trenta”.

Pittori dunque dalla spiccata capacità espressiva che sfiorano il neoromanticismo e tralasciano le forme liriche del classicismo di quei decenni. “Che cosa significa, sul piano dello stile, una poetica neoromantica?” scrive la critica e storica dell’arte Elena Pontiggia nel saggio che accompagna la mostra. “Con qualche inevitabile semplificazione si possono individuare nel nuovo linguaggio due principali costanti: la prevalenza dell’interesse per il colore rispetto alla costruzione della forma, e una diversa nozione di mestiere. All’oggettività del linguaggio subentra il linguaggio dei sentimenti, della fantasia, della visionarietà”.

Elemento costitutivo delle opere in mostra, tutte parte della Collezione Giuseppe Iannaccone, che le collega e le fa dialogare è il colore, vero e proprio manifesto programmatico e spirituale di un’arte nuova. Mezzo espressivo e caratterizzante di questi artisti, è a tratti pastoso, energico e costruito con pennellate materiche, talvolta definito da un candore e una leggerezza che permette di entrare più a fondo nelle storie dei soggetti ritratti ma che, in entrambi i casi, diviene corpo, presenza e materia. Come scrive Renato Birolli nel suo Taccuino del 1936 “Il nostro paesaggio morale sarà in questa architettura di colori; e continueremo così la poetica passeggiata fermandoci ad annotare, analizzare, ricordare e ritrovare le nostre stesse presenze”.

Bandite le sequenze cronologiche e geografiche che sarebbero state riduttive, il percorso disegnato affronta in sei sale temi intimi e universali che evidenziano l’intensità del momento storico e i sentimenti più nascosti degli artisti, come la guerra, le disuguaglianze, la degenerazione sociale: Attimi di realtà, Luoghi e assenze, Corpo e anima, Spirito e carnalità, Rivoluzione e verità, Significati nascosti sono piccoli ecosistemi che vivono di vita propria ma che trovano la loro forza nel confronto, nel dialogo e nei rimandi costanti.

L’esposizione è anche l’occasione per mostrare al pubblico alcune opere inedite che hanno di recente fatto ingresso nella Collezione Giuseppe Iannaccone, tra di esse: Battaglia dei tre cavalieri di Aligi Sassu, Cavalli davanti al mattatoio di Scipione, Bagnanti e amazzoni e Fiori di Italo Valenti, Gineceo di Arnaldo Badodi, Autoritratto con lettera di Antonietta Raphaël, Gli sposi di Fiorenzo Tomea e Paesaggio a Rapallo di Enrico Paolucci.

La prima in particolare, vera punta di diamante, racconta una storia che risale al Premio Bergamo del 1941 dove fu presentata e rifiutata per ragioni politiche. Alberto Mondadori, figlio del grande editore Arnoldo e raffinato collezionista, la acquisì per poi cederla ad un industriale di Budapest. Da quel momento in poi se ne persero le tracce: lo stesso Sassu e tutta la critica credevano l’opera distrutta nei bombardamenti o al più tardi nella rivoluzione ungherese degli anni cinquanta. Questo spinse il maestro a realizzare circa quarant’anni dopo una copia di quella che reputava la sua summa pittorica, ispirandosi all’unica foto in bianco e nero dell’opera che aveva a disposizione. Nell’estate del 2015 un discendente del proprietario ungherese comunicò alla Fondazione Helenita e Aligi Sassu di aver ereditato questo imponente lavoro, riportando così luce sulla grande tela.

Dopo il veloce passaggio dell’opera a Bergamo, in occasione della mostra Colore e libertà del 2018, è stato proprio Giuseppe Iannaccone a riportare l’opera in Italia, in un momento storico particolarmente complesso in cui la guerra è una realtà ancora vicina. Si tratta di una pittura attuale che contrasta l’idea stessa del conflitto senza vinti né vincitori e che come scrive Daniele Fenaroli, curatore della Collezione Iannaccone, diviene scena di distruzione velata, non una goccia di sangue, una pennellata carminia che evidenzi una ferita. I cadaveri non sono corpi senza vita ma vuoti, senza speranza, i cavalieri, attori classici privi di ideali compiono gesta senza un valore. Una tela che non sanguina perché è lo spirito umano a morire, la sua umanità a scomparire.

In mostra: Afro, Arnaldo Badodi, Renato Birolli, Luigi Broggini, Bruno Cassinari, Gigi Chessa, Filippo de Pisis, Francesco De Rocchi, Angelo Del Bon, Lucio Fontana, Renato Guttuso, Carlo Levi, Umberto Lilloni, Mario Mafai, Francesco Menzio, Giuseppe Migneco, Ennio Morlotti, Enrico Paolucci, Fausto Pirandello, Antonietta Raphaël, Ottone Rosai, Aligi Sassu, Scipione, Fiorenzo Tomea, Ernesto Treccani, Italo Valenti, Emilio Vedova, Alberto Ziveri.

Il corpo del colore – La pittura neoromantica ed espressionista italiana degli anni trenta

A cura della Collezione Giuseppe Iannaccone

Fondazione Carispezia

Dal 3 dicembre 2022 al 2 aprile 2023

Articolo a cura di Dafne Ambrosio

 

 

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