Una delle maestose montagne che profilano il Luganese è considerata spesso una tappa anziché una meta. È il Monte Gradiccioli che, con i suoi 1936 metri d’altezza, collega il Monte Lema al Monte Tamaro. La cosiddetta “Traversata” è uno dei percorsi più cari agli amanti della montagna “facile”, delle escursioni panoramiche senza particolari difficoltà, che richiedono essenzialmente tempo, gambe allenate e un buon cuore.

Tuttavia questa montagna merita d’essere esplorata anche per sé stessa, lentamente, risalendo una delle sue tre increspature, abbondantemente rigogliose di verde in questa stagione. Partendo da Mugena, delizioso borgo di case in pietra raccolto alle falde delle montagne, ci si immette direttamente in una Natura esuberante ma gentile, attraverso mulattiere e sentieri per un lungo tratto nient’affatto ripidi che sembrano assecondare la lentezza necessaria per gustare l’escursione. La sensazione è che le piante aprano le loro braccia frondose per salutare l’arrivo degli ospiti umani in transito: solenni faggete, secolari selve castanili, betulle… un mare di betulle che con il biancore della corteccia e il tronco flessuoso illuminano la pancia del bosco rendendolo ridente. Dal terreno, il contrasto con i corpi virili di faggi e castagni è creato dal tappeto di giovani felci e da una miriade di piante selvatiche odorose che vibrano allegre alla luce del sole filtrata dalle chiome dei giganti.

Tutto è movimento. Il vento lieve accentua la visibile vibrazione delle piante e danza con i rami e le foglie in un ondulante cullare che infonde calma. Tutto è quiete. La musica delle fronde fa sa sottofondo ai cinguettii d’invisibili uccelli, mentre i passi sul fogliame a terra segnano il ritmo regolare come un metronomo. Niente è silenzio. Basta ascoltare. Salendo, dopo appena un’ora scarsa di cammino, ecco che la vegetazione si fa improvvisamente più accesa di verdi, più selvatica, intricata e impaziente di crescere. Non mi sorprenderebbe veder spuntare da dietro un cespuglio qualche stravagante gnomo scappato da una fiaba.

Ma che cosa rende le piante qui tanto brillanti e invitanti, tanto da volerle mangiare? Lo dice un’altra musica che si fa sempre più potente e diffusa: è l’acqua del torrente che sgorga a balzi dalle rocce scure della montagna. Risalendo, il fragore aumenta e vien voglia di dimenticare il sentiero della freccia gialla che indica la cima del Gradiccioli per accompagnare in senso inverso il corso d’acqua, risalendolo per un tratto. I balzi sono modesti qui e creano piccole piscine naturali dove l’acqua riposa prima di rituffarsi più sotto. Un paio di guadi sulle rocce levigate invitano a una sosta. Via scarpe e calze, per farsi leccare i piedi dal gelo della purezza sotto la carezza del sole. Lì seduta su un sasso, alzando gli occhi in sù, ho la sensazione che le piante mi osservino: tanti piccoli, minuscoli occhi nascosti nei tronchi severi puntati su di me. Il sentimento è di complicità, di appartenenza, non mi sento creatura estranea a questo poetico contesto ma parte viva, tranquilla, sicura.

Questa sosta è diventata la meta. Gradiccioli è anche questo, non necessariamente vetta. Riprendendo il cammino per Mugena, con un bel carico di benessere interiore, un bel “becco” (un bel caprone) dalle lunghe corna e dalla folta barba nera si staglia davanti al mio sguardo e si concede a qualche foto prima di voltarsi e raggiungere le sue femmine. Anche il suo odore penetrante è parte della montagna e non disturba. Un ultimo tratto prima di uscire dal bosco e un’ultima immagine da rubare: un vecchio faggio dal tronco possente si contorce dolorosamente dal terreno per spingersi, sembra, tra le braccia esili delle betulle che s’inchinano al suo fianco, lungo il pendio.

Vedo una scena d’amore impossibile e di struggente desiderio. Le giovani donne – le betulle – che corteggiano pudicamente il l’irraggiungibile vecchio uomo – il faggio – adorato per la sua forza e la sua saggezza, virtù che lo rendono al pari di un dio. Vado via. Il dio del bosco e le sue ancelle, lo stravagante gnomo, l’acqua ridente e il caprone barbuto, restano lì, in questo eden primitivo, quieto e accogliente. Ma, forse, insieme a loro, anche un poco di me resta … e per star bene mi basta.

Articolo a cura di Paola Cerana

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