La montagna non è solo un paesaggio. È un sentimento. Si apre il cuore, insieme allo sguardo, quando gli occhi cominciano a carezzare le curve imponenti della terra che, salendo sempre più in alto, si movimenta in tornanti a gomito inghiottiti da prati di velluto. Là dove fino a poco tempo fa regnava ancora la neve, ecco sbocciare la vita, fremente, impaziente, avida di luce e calore. E quando il sole è generoso, tutto risplende come se ogni singolo filo d’erba, ogni bocciolo di fiore, ogni ago di conifera siano venuti al mondo per la prima volta.

Mi trovo in Alta Leventina, a Catto. L’ultima volta che son stata qui ero armata di ciaspole e ghette, mentre oggi la pelle nuda delle gambe assorbe con piacere il tepore del sole sferzato da ondate d’aria frizzante. In verità, più in alto verso il Pizzo Pettine il manto bianco è ancora consistente e probabilmente resisterà all’incedere della primavera ancora per un po’. Da Catto ci incamminiamo per i sentieri che si snodano morbidi sopra il paese, lentamente, gustando il silenzio immenso di questa porzione di valle, ritmato solo dalle chiacchiere di tre amici, noi. Tutt’attorno è colore e profumo. Verde, giallo, viola e bianco … terra, resina, legno e ovviamente bestiame, mucche, asini, capre e yak. Respiriamo con gioia tutto ciò che i nostri sensi ricevono, facendo nostra la vitalità della montagna.

Salendo e parlando, i pensieri si sciolgono e il tempo sembra rallentare come a volerci regalare più attimi preziosi per far tesoro di tanta bellezza e bellezza. Arrivati al Ciòs, o Cioss, siamo accolti da un odore di resine più intenso, sopravvissuto ai consistenti tagli di piante che hanno recentemente diradato il bosco. Sopravvive, tuttavia, anche la magia di trovarsi soli nell’abbraccio della montagna e vien spontaneo parlare sottovoce per non disturbarla. Da qui si domina Airolo con la sua affezionata Valascia. Appaiono così lontani da sembrare appartenere a un altro mondo, ma in realtà non è così. Sembra incredibile che così pochi chilometri di distanza cambino completamente l’umore armonizzando mente, corpo e anima.

È sempre così quando si torna qui, in questa valle di pace. La disintossicazione è immediata e non si vorrebbe più tornare a casa, finalmente guariti dalla nausea del traffico, del rumore e della folla, perché ormai tutto è fitto, eccessivo e frenetico in città. Riprendiamo i nostri passi, sempre prendendoci il lusso di perdere tempo, andando piano. Questo ci permette anche di cogliere quei dettagli più piccoli che la montagna offre allo sguardo sensibile. La nostra attenzione è catturata dai fiori. Il giallo acceso delle primule, il bluette dell’erba trinità, il viola delle genziane e il bianco latte del Sigillo di Salomone.

Non conoscevo il nome di questa piantina che s’è presentata sul nostro cammino ma grazie a un’applicazione sul cellulare ecco che anch’essa di spoglia dei suoi segreti. È una pianta gentile, aggraziata da due collanine di piccoli fiori bianchi tubolari che pendono dalle ascelle delle foglie. Imparo che in Ticino ne crescono tre specie: il Sigillo di Salomone verticillato, il Sigillo di Salomone maggiore  e il Sigillo di Salomone comune. In alcune zone viene chiamata “Ginocchietto”, con derivazione dal greco: poly, cioè molto, e gony, cioè ginocchio, per via dei nodi importanti del rizoma. Appare in primavera e ama i boschi di latifoglie fitti e ombrosi, spuntando dalla terra come un germoglio con una punta conica arrotondata. In alcune valli del Ticino i getti appena nati vengono raccolti e cotti come gli asparagi. Mentre i frutti sono bacche rotonde, che durante l’estate si colorano prima di verde, poi di rosso e infine di blu scurissimo, come i mirtilli. Nonostante il loro aspetto delicato e invitante, pare siano molto velenosi.

Il Sigillo di Salomone era già noto a Dioscoride che lo consigliava come ottimo cicatrizzante delle ferite e schiarente per le macchie della pelle del viso. Ma la fama più affascinante di questa pianta resta legata alla magia: secondo alcune credenze popolari, il Sigillo di Salomone appeso sopra gli stipiti delle baite è in grado di allontanare gli spiriti maligni. Ma di maligno, almeno in questa valle, non c’è proprio niente. Nulla di cui avere paura, se non il dispiacere del distacco che ogni addio provoca. La prossima volta ritroverò le stesse piantine agghindate di bacche colorate e non le scambierò certo per mirtilli!

Anche questa volta porto via da qui qualche cosa di nuovo, trasformo un ricordo in insegnamento e un addio in un arrivederci.

Articolo a cura di Paola Cerana

 

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