Rigorosa e rivoluzionaria, camaleontica e fedele a se stessa. Ha cambiato il mondo della moda a colpi di bianco e nero, ha scritto la storia del costume spazzando via i corsetti dal guardaroba delle donne, ha dettato le sue regole sotto l’insegna dell’unico incrollabile diktat a cui ha votato tutta la sua esistenza. “La moda passa, lo stile resta”.

Una figura assai complessa quella di Gabrielle Bonheur Chanel, fatta di contraddizioni e ammantata di leggenda a cui lei stessa ha contribuito, fra le altre, commissionando aforismi ad hoc al poeta Pierre Reverdy che avrebbe usato per affilare il rasoio della sua già caustica sagacia e che, a cinquant’anni dalla sua morte (1971) e centoquaranta dalla sua nascita (1883), sono citati a profusione fra i comandamenti della raffinatezza dove il più mortale dei peccati è la volgarità, “la più brutta parola della nostra lingua” come la definisce. “Resto in gioco per combatterla”.
Si fatica a incasellare Coco in poche righe, come del resto non era comprimibile la sua tempra indomita e ruggente da leone, il suo segno zodiacale, entrato nella simbologia della Maison insieme al suo scaramantico numero 5, al suo fiore preferito, la camelia, e alle inconfondibili doppie C incrociate.
Nasce povera e campagnola tanto quanto diventerà ricca e parigina: già orfana di madre, viene abbandonata dal padre presso l’orfanotrofio di Aubazine della congregazione del Sacro Cuore, che imprimerà indelebilmente in lei l’antitesi dei colori degli abiti delle suore e l’austerità delle linee severe. Una solitudine che l’accompagnerà per sempre, nonostante l’intensità di una vita affamata di riscatto e celebrità per cancellare tutto quello di cui si vergognava, tacendo ciò che non poteva accettare e coprendolo di invenzioni.

E’ un’eleganza sovversiva per l’epoca quella di Chanel, fatta di pulizia e minimalismo, una signorilità mai scissa dalla praticità che rivendica la libertà di movimento di una donna che proclama la sua indipendenza, anche economica, dall’uomo, determinata ad avere il suo posto in società. “Finiva un mondo, un altro stava per nascere. Io stavo là; si presentò un’opportunità, la presi. Avevo l’età di quel secolo nuovo che si rivolse dunque a me per l’espressione del suo guardaroba.

Occorreva semplicità, comodità, nitidezza: gli offrii tutto questo, a sua insaputa”, così descriveva la visione di un nuovo paradigma di cui lei stessa era scandalosa interprete, la Mademoiselle generosa e dispotica sposata con il suo lavoro e con all’attivo una lunga lista di amanti spesso anche suoi finanziatori ai quali, orgogliosa della sua indipendenza, restituì tutto il denaro ricevuto in prestito.

Fu al caffè in cui si esibiva con la canzone che le valse il soprannome – “Qui qu’a vu Coco?” – che conobbe il primo, l’appassionato di cavalli Étienne de Balsan. Si trasferì nel suo castello, dove iniziò a creare scioccanti cappellini di paglia e dove il mondo equestre lasciò in lei il segno non meno dell’abbazia per il prototipo della garçonne.

Presso di lui conobbe il suo secondo amante, nonché suo grande amore, l’industriale inglese Arthur Capel, detto Boy. Sono gli anni in cui trasforma il fluido jersey da tessuto per i capi maschili a protagonista dei suoi, apre la sua prima boutique in Rue Cambon e inventa il pigiama in seta perché le sue clienti non fossero sciatte neanche mentre venivano sfollate nel cuore della notte dalla sirena anti-bombardamento. Coco e Boy non si sposarono mai, nella versione più malinconica perché lei era di umili origini e lui decisamente ambizioso; in quella più grintosa perché lei avrebbe scelto il lavoro di fronte all’aut aut che lui le avrebbe dato per sposarlo. Lui sposò un’aristocratica e si frequentarono fino alla sua prematura morte.

Gli anni ‘20 segnano i must per antonomasia di Mademoiselle: una delle prime e la più iconica fragranza di molecole sintetiche del celebre Chanel n.5 con il tappo tagliato a diamante e la pétite robe noire. Nella decade seguente, bijoux eccessivi completano i capi essenziali, quali le emblematiche cascate di perle e i bracciali importanti. Con l’avvento della seconda guerra mondiale, chiude la sua attività e lascia disoccupate le 4.000 donne impiegate, intrattiene relazioni con i nazisti e scappa in Svizzera al termine del conflitto, chiudendo il sipario su di lei per dieci anni. Poi il colpo di scena finale del 1954, quando riapre la sua boutique in una Francia che per ovvi motivi non è bendisposta ad accoglierla.

Ma lei è incrollabile e va avanti: ripropone il suo immutabile tailleur, stavolta in tweed, e inventa la borsa a tracolla. Hollywood la consacra e lei continua la sua attività febbrile fino a quando, quasi novantenne, si spegne nella sua suite del Ritz nell’unico giorno in cui non lavorava, una domenica di gennaio.

Articolo a cura di Claudia Chiari

 

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