Lo Chef Gordon Ramsay non ha bisogno di presentazioni, noto agli amanti della cucina, noto al pubblico televisivo, noto anche ai frequentatori del Forte Village, il Resort super lusso di santa Margherita di Pula, vicino a Cagliari, dove fino all’anno scorso aveva uno dei suoi ristoranti e ormai noto per le sue stelle “sparse per il mondo”!

Lo abbiamo incontrato per un’intervista che si è subito trasformato in una piacevole chiacchierata con un “giovanottone” alla mano, simpatico ed estroverso, come del resto deve essere il suo personaggio. Ma anche romantico nei racconti delle cene con la moglie a lume di candela (“Spesso mi ritaglio momenti con mia moglie, quando viaggiamo per qualche giorno senza figli e senza giornalisti!”),  paterno nei racconti delle sue attività da “cooking class” con i figli (”ad ognuno di loro invece dell’i-phone ho regalato una macchina per la pasta personale!”) e ironico quando parla dei colleghi chef (“Cracco e Cannavacciuolo? Per fare un Gordon ce ne vogliono almeno due di loro!  Scherzo, sono bravissimi e anche cari amici”).

Gordon, quali sono i tuoi primi ricordi in cucina?

“I rimi ricordi sono legati al profumo del pane fresco. La mamma faceva il pane, due volte a settimana, e così porto con me il ricordo dell’odore del pane fresco. Anche la torta di mele è un’immagine forte: il dolce purtroppo ce lo potevamo permettere solo una volta al mese e quindi quando c’era la torta era una festa.  Il sapore della domenica era fatto di manzo con lo yorkshire pudding”.

Una sua allieva, Clare Smyth, è stata proclamata lo scorso anno a Bilbao migliore chef donna al mondo. Secondo te c’è differenza, ad alti livelli, tra chef donne e chef uomini?

Clare ha lavorato 12 anni con me, è bravissima. Ho paura che prima o poi possa superarmi! A parte gli scherzi, non sopporto parlare di chef donne e chef uomini. Diventa sessismo, è degradante. Il mondo è pieno di donne che comandano brigate di cucine importanti, di ragazze talentuose. Ad esempio io ho quotidianamente  sott’occhio una biondina con i capelli ricci, ha 16 anni e si chiama Mathilda. Mathilda Ramsay. Mia figlia!».

Quindi a casa fa cucinare i suoi figli? ragazzi (Megan, i gemelli Jack e Holly e Mathilda)?
“Si, tutti i quattro figli (Megan, i gemelli Holly e Jack, e Mathilda) sono stati abituati a vivere in cucina da sempre. Gli altri genitori regalano l’ultima versione dell’iPhone o altri gadget elettronici. Io ho regalato loro la macchina per fare la pasta in casa! E tutti sin da piccoli si sono cimentati in cucina, divertendosi, senza nessuna imposizione”.

Quali sono le tre cose fondamentali, più importanti della tua vita?
“La mia famiglia. I miei clienti. Le mie Ferrari”.

Quante ne hai?
“Attualmente ne ho 11. Ne ho avute anche di piú in passato.  Me ne regalo una ogni volta che conquisto una stella Michelin e ne vendo una se la perdo!”.

Tre aggettivi per descrivere la tua cucina.

“Raffinata.  Creativa. Appassionata. Come sono io del resto!”

Il piatto che ti rappresenta?
“Di sicuro il raviolo con l’aragosta con purea di pomodori. È un piatto per metà italiano e per metà scozzese. A settembre celebro i venti anni del mio ristorante a Chelsea e questo continua a essere il piatto più richiesto, da sempre nel menù, non ho intenzione di cambiarlo!”

E un piatto che ti ha particolarmente emozionato in una delle tue cene in giro per il mondo?
“Non lo dico perché siamo in Italia, ma perché è vero: gli agnolotti di Nadia Santin (Ristorante Dal Pescatore, tre stelle, a Canneto sull’Oglio) mi hanno lasciato un ricordo forte”.

Hai cucinato per gli uomini più potenti del mondo. Chi vorresti avere come ospite, che ancora non hai avuto?
Ci pensa, ragiona ad alta voce con un elenco infinito di nomi di attori, politici, rock stars… e poi sentenzia: “The Pope! Mi piacerebbe cucinare per il Papa e visitare il Vaticano”.

Cosa ti piace dei prodotti italiani?

“Amo il fatto che i vostri ingredienti vengono sfruttati in maniera totale. Sono stato a Napoli e in altri luoghi della Campania, a visitare allevamenti di bufale e caseifici. Ho imparato a preparare la bufala, la burrata, la ricotta e quando pensavo di aver finito, ecco la mozzarella affumicata. Da voi nulla è sprecato, e questo è un grande insegnamento”.

A proposito di insegnamenti,  qual è la più grande lezione di cucina che hai mai avuto?

“E’ una cosa che ho imparato sul campo e che mi piace anche insegnare ai ragazzi che lavorano con me: la cucina è contatto. La cucina è assaggio. Taste ogni 20 minuti almeno! Non devi condire tutto all’inizio, ma assaggiare e aggiungere lentamente ogni 20 minuti. I giovani cuochi devono affinare il gusto e la capacità di condire, e devono farlo personalmente, sulla loro pelle, con le loro papille gustative. Alcuni chef invece sono dei robot, fanno una cucina meccanica senza provare, ed ecco l’errore più grande. Fermo restando che in cucina bisogna essere precisi, attenti, rigorosi, non ci possono essere distrazioni. Noi siamo come gli atleti, dobbiamo avere grande disciplina, altrimenti meglio  al take away! ”.

Molte sue cene sono dedicate alla Fondazione Tana che ha con sua moglie: quali sono le finalità?

“Raccogliamo fondi per l’ospedale pediatrico Great Ormond Street, a Bloomsbury, Londra che cura bambini sotto i 18 mesi. La Fondazione è anche una scuola per i miei figli che sono pienamente coinvolti. Troppo facile essere dei privilegiati, devono imparare a capire la vita, a impegnarsi per gli altri, a capire che se hanno più di altri perché sono stati fortunati, è utile aiutare chi lo è stato di meno”.

E con questa chiacchierata il “cattivo Gordon Ramsay”, come l’immaginario collettivo  lo dipinge , risulta ai nostri occhi un tenero pezzo di pane, dolce come la torta di mele della sua infanzia!

a cura di Nadia Toppino @ Storie di Cibo

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