Il Divin Pittore, autore della bellezza eterna delle Madonne del Rinascimento, e l’ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia, noto per le stravaganze e le celebrazioni della sua grandezza, sono i protagonisti della mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” inaugurata lo scorso 23 giugno e aperta al pubblico fino al 7 gennaio 2022. Pensata per il cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma, 1520) che cadeva il 6 aprile, in piena emergenza coronavirus, è rimasta in programmazione per quest’anno al Parco Archeologico del Colosseo.

Un rinnovato impianto di illuminazione e un nuovo ingresso che dal colle Oppio si insinua fra le rovine e immette direttamente in Sala Ottagona, hanno contribuito a rilanciare lo sfarzo della reggia neroniana insieme all’allestimento di sculture fino ad oggi conservate nei depositi del monumento. Una memoria del fasto dei marmi che insieme a dipinti, stucchi e mosaici decoravano gli ambienti del palazzo imperiale: tutti elementi sotto una nuova luce, un lighting sostenibile degli spazi visitabili della Domus nel loro complesso, persino degli interramenti che cancellarono la memoria del sito dopo la damnatio memoriae di Nerone e che ancora riempiono alcuni ambienti. E’ una storia che ha inizio intorno al 1480, quando alcuni pittori – tra i primi ci sono Pinturicchio, Filippino Lippi e Luca Signorelli – si calano nelle cavità del colle Oppio, dette grotte, per recarsi a lume di torcia ad ammirare le decorazioni pittoriche, da allora chiamate grottesche, di antichi ambienti romani. Stavano scoprendo senza saperlo le rovine dimenticate dell’immensa residenza di Nerone. Raffaello fu il primo artista rinascimentale a comprendere a fondo la logica dei sistemi decorativi della residenza neroniana, e li riproporrà organicamente, affiancato da allievi e collaboratori, in numerosi capolavori come decorazione di ambienti appositamente progettati in chiave antiquaria.

Il crescente interesse e amore per l’antichità che caratterizza il Rinascimento, ben sono rappresentati nella lettera di Raffaello a Leone X che accompagna la raccolta di disegni degli edifici della Roma imperiale, da lui eseguiti su commissione del papa, nella quale matura la consapevolezza e il rammarico che la scomparsa dell’arte classica è dovuta all’incuria, e non solo a fattori storici come le invasioni barbariche: “[…] quanti, dico, Pontefici hanno atteso a ruinare templi antichi, statue, archi e altri edifici gloriosi!”. Caldeggia dunque un’opera di restauro e di ricostruzione, acquisendo di fatto la perfezione dell’arte antica come modello aureo. Ma veniamo all’esposizione. Tutto ha inizio nella Sala Ottagona, capolavoro dell’architettura romana imperiale, per poi svilupparsi nei cinque ambienti limitrofi. Svetonio, nella “Vita di Nerone”, ricorda che nella Domus Aurea il più memorabile salone per banchetti “era rotondo e ruotava su se stesso tutto il giorno, continuamente, come la terra”. Per evocare questa coenatio rotunda è stata realizzata sulla volta una proiezione ruotante di immagini astrologiche ispirate al globo del celebre Atlante Farnese, eccezionale prestito dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. A questi si alterna la proiezione di una caduta di petali di rosa che, come descriveva Svetonio, avveniva durante i banchetti dell’imperatore.

Animali fantastici, arpie, strumenti musicali, vasi con perline e palmette sono tra i motivi decorativi che si rincorrevano nella Domus e che vengono scoperti dagli artisti che si calano nelle grotte: nel primo ambiente, è lo stesso visitatore a innescare questo racconto muovendo il proprio corpo, simulando il riverbero della fiamma delle torce utilizzate all’epoca per illuminare gli ambienti sotterranei. Il secondo ambiente è dedicato allo studio delle grottesche ed alla loro reinterpretazione da parte di Raffaello. Fulcro spettacolare di questo nucleo è la riproduzione multimediale su ogni parete della Stufetta del Bibbiena, il preziosissimo bagno privato dell’appartamento cardinalizio realizzato nel 1516 su disegno dell’urbinate.

Il gruppo scultoreo del Laoconte, rinvenuto nel 1506 in uno spazio sotterraneo nella medesima area del palazzo neroniano, è invece il protagonista del terzo ambiente con un audio-racconto che ne narra la memorabile scoperta. Copie e declinazioni di questa scultura si susseguono in morphing sullo sfondo del calco del gesso del Laoconte, prestito del museo di Palazzo Albani di Urbino. Si prosegue con una consolle interattiva che permette ai visitatori di viaggiare in Italia e in Europa attraverso i molteplici luoghi decorati a grottesca fra ‘500 e ‘800: dalle Gallerie degli Uffizi alla residenza del duca di Baviera Luigi X a Landshut, dal Peinador de la Reina, eretto intorno al 1537 per volere di Carlo V nell’Alhambra di Granada, alla Galleria di Francesco I a Fontainebleau.

Le grottesche hanno affascinato anche grandi artisti del Novecento, fra cui esponenti del Surrealismo quali Victor Brauner, Salvador Dalì, Max Ernst, Joan Miró e Yves Tanguy: una semisfera consente ai visitatori di giocare e creare collage digitali anche con le loro creazioni e chiude la mostra accompagnata da una colonna sonora frutto di un’approfondita ricerca storica sulla musica dell’antica Roma e sulle melodie proprie del Rinascimento, eseguita con tool digitali di musica generativa che evocano suoni di strumenti del passato e scale musicali dell’epoca antica.

“Qui giace Raffaello da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire” recita l’epitaffio sulla sua tomba scritto per lui da Pietro Bembo. Fu sepolto nel suo amato Pantheon, come un principe, e le sue spoglie le contiene un sarcofago romano del I d.C. donato per la sua sepoltura da papa Gregorio XVI.

Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche
Dal 23 giugno 2021 al 7 gennaio 2022
Roma, Domus Aurea

Allestimento e Interaction Design a cura di Dotdotdot

Photo byAndrea Martiradonna©

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Articolo a cura di Claudia Chiari

 

 

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