Si nasce con gli occhi azzurri, si diventa medici dopo aver conseguito una laurea in medicina… ma l’essere tuttologi è, invece, una percezione che si ha di se stessi per l’ingiustificata convinzione di sapere tutto. Siamo in tempi di tuttologia. Del resto, l’avere a disposizione tonnellate virtuali di informazioni sviluppa in alcune persone l’idea di sapere. Si tratta, per lo più, di surfisti della rete che dedicano una cospicua parte della giornata a leggere titoli, sottotitoli, testi e post che spaziano tra gli svariati e variegati campi dello scibile. Qui si parla di economia, lì di diritto, poi si entra nella medicina e nell’epidemiologia, una scienza, quest’ultima, che richiede parecchi anni di studi avanzati, ma che la pandemia del covid-19 sembra aver declassato a espressione di punti di vista differenti nei vari talk-show.

Il tuttologo sa di storia, di sociologia, è un filosofo della vita che spesso considera Wittgenstein di poca importanza perché i suoi scritti secondo lui non hanno un senso. In cucina conosce i trucchi dei grandi chef, sa dove sono i posti migliori per le vacanze e se qualcuno racconta un’esperienza, lui l’ha già vissuta e più in grande. Il tuttologo crede poco alle istituzioni, perché lui sa che funzionano male, e a chiunque tenti di mettere in dubbio le sue competenze.

Usa l’auto-critica per confermare a se stesso di sapere quanto sa, e riesce ad affascinare coloro che, per mancate conoscenze, ne ammirano la cultura irraggiungibile. “L’imperatore è nudo”! Impariamo a dirlo e a dircelo qualora ci riconosciamo in questa descrizione. Dei tuttologi si potrebbe sorridere se non fosse che riescono a convincere molti delle loro idee. Così, se chi non è un virologo né ha alcuna formazione nelle scienze affini convince le persone a non vaccinarsi perché lui sa che i vaccini fanno male, si fa un danno alla società.

Avessimo mai la tentazione di specializzarci in tuttologia, due sono le regole per astenersene:

  1. Si diventa e si è esperti di poco, e solo dopo aver studiato tanto e fatto pratica. Studiare non significa leggere articoli su un tema, ma per diventare esperti servono i diplomi, le lauree, i tirocini e gli anni di lavoro in campo.
  2. Siamo superficiali nella maggior parte delle cose che crediamo di sapere: questo perché non abbiamo il tempo per approfondire tutto e se anche l’avessimo non trascorreremo la giornata intera a studiare.

Con l’ironia Paola Poli: “Che cos’è la saccenza? Non lo so, ma lo dico lo stesso”. Così, è importante sempre mettere in dubbio la nostra competenza prima di parlare. E se decidiamo di parlare, ascoltiamo tutt’orecchi il feedback degli altri.

a cura di Sara Rubinelli

Docente Scienze della Comunicazione Univ. di Lucerna

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