Una delle vetture più straordinarie al mondo festeggia i 60 anni: la Miura. Elegante e raffinata, sensuale e aggressiva, unica ed iconica. Parlarne è raccontare di una scultura dal fascino irresistibile. I suoi volumi sono caratterizzati da parafanghi generosi, mai eccessivi, da dettagli inimitabili come i proiettori con le ciglia che evocano la bellezza femminile, le feritoie orizzontali sul montante della porta che portano alla presa d’aria e nascondono la maniglia, i lower trasversali sopra il motore che creano giochi di ombre e la coda con un elegante spoiler appena accennato ottenuto per sottrazione di volumi nel cofano posteriore.

Dopo la 350 GT del 1963, il vulcanico Ferruccio Lamborghini mise al lavoro i suoi progettisti per creare un oggetto mai visto prima. Il gruppo di giovanissimi ingegneri con Gian Paolo Dallara e Paolo Stanzani. Chiamati a creare un telaio leggero, dotato di motore a 12 cilindri derivato dalla 400 GT e montato in posizione centrale trasversale. È la genesi di tutte le Supercar, prima di lei mai nessun’altra automobile aveva adottato un’architettura simile. Il telaio nudo meccanizzato, venne esposto al Salone dell’automobile di Torino il 3 novembre 1965. Era un chiaro manifesto per comunicare alla clientela, ma soprattutto alla concorrenza, quali fossero gli intenti di Lamborghini.

Con l’occasione si cercava un “sarto” in grado di poter vestire questo superbo chassis, l’intesa tra Ferruccio e Nuccio Bertone non lasciò spazio a ripensamenti: la richiesta era chiarissima, la nuova vettura doveva essere pronta per il Salone di Ginevra del 1966. E così fu. Grazie alla maestria della Bertone crearono una vettura dallo straordinario equilibrio formale, unica e senza tempo. La matita era quella di Marcello Gandini con l’apporto di tutte le maestranze dell’atelier. Ancora più incredibile sapere che il prototipo marciante venne realizzato in circa tre mesi, onorando gli accordi presi. Una vettura fuori dagli schemi in tutti i sensi, ammaliatrice e semplicemente bellissima. La Miura pose le basi ad una proficua collaborazione tra Lamborghini e Bertone.

Osservare una Miura è un privilegio, uno spettacolo unico. Si resta incantati davanti ad una magnifica opera d’arte. La stessa sensazione che ebbero i visitatori quando la videro la prima volta. Bassissima, tanto che sembrava arrivasse direttamente da un altro pianeta. Il colore scelto era l’arancione pastello con il brancardo in alluminio a contrasto e presa d’aria integrata, cerchi in lega con cinque fori generosi e due tubi di scarico a taglio obliquo. Sul cofano anteriore due griglie, una funzionale al tappo carburante. Il prototipo aveva il lunotto trasparente che venne subito rimpiazzato, nel modello di produzione, dalle caratteristiche lamelle a tutta larghezza. Pazzesca da far girare la testa.

All’interno gli strumenti a cannocchiale, la consolle centrale a rilievo con la strumentazione aggiuntiva, il selettore del cambio ed i sedili monoscocca con un elemento a trave sellato in pelle e sovrastato dai poggiatesta. Sul rivestimento del cielo i tasti secondari a richiamare i comandi di un aeroplano. La Miura a cofano aperto conserva intatto tutto il suo fascino grazie alla pratica e scenografica apertura a conchiglia, che rende facilmente accessibile la meccanica, mostrando allo stesso tempo tutta la bellezza e la cura delle componenti tecniche.

Il motore 12 cilindri a V di 60° 3929 cc di cilindrata, eroga 350 Cv. Dotato di quattro carburatori triplo corpo Weber da 40. Era la vettura stradale più veloce di sempre con i suoi 276 km/h di punta massima. Ne vennero prodotte 763 in totale dal 1966 al 73. La Miura fu ambitissima da personaggi famosi di tutto il mondo, industriali, persone dello spettacolo. Una vettura, simbolo del tempo, che contribuiva ad accrescere lo status del proprietario. Oggi conserva inalterato il suo fascino, trovando collocazione nelle più belle collezioni. Ho sempre accostato la Miura a una figura femminile dal fascino irresistibile, una bellezza eterea in grado di affascinare già dal primo sguardo.

Ferruccio Lamborghini volle chiamarla Miura in onore del famoso allevatore di tori da combattimento Don Eduardo Miura Fernandez. Una Miura si muove leggera tra le meravigliose strade della via Emilia. Se chiudo gli occhi per un attimo mi piace fantasticare di essere nel 1966… passeggiando magari sotto i portici di un paesino emiliano, mentre il rombo del 12 cilindri riecheggia cupo amplificato dalle volte, girarmi estasiato e scorgere alla guida Ferruccio. Un soffio di fumo della sua immancabile sigaretta fuoriesce dal finestrino e poi via per vederla sparire come un lampo.

Articolo a cura di Antonio Erario








