Mi sono imbattuto in una straordinaria riflessione sulla scuola di ieri e di oggi, e sul ruolo degli insegnanti, riflessione fatta da Antonio Albanese, un esponente del mondo dello spettacolo, che dimostra di avere una fortissima sensibilità, qualità poco riscontrabile nei soggetti politici e nei decisori istituzionali.
Così esordisce Albanese: “La mia maestra …. come tutti i maestri di allora, aveva una credibilità, un’autorità oggi troppo spesso perduta. […] Quello dell’insegnante è un lavoro meraviglioso e pesantissimo. E non finisce quando è finita l’ora in classe. Devi prepararti, studiare, farti venire delle idee, conoscere i bambini uno ad uno, conoscere le loro famiglie, i loro problemi. Il tutto per uno stipendio modesto. Spesso, con la complicazione di dover andare a insegnare in posti lontani, facendo chilometri da casa a scuola. Tutti i giorni, col sole, con la pioggia, con la nebbia. Ho capito che ci vuole un’immensa passione per farlo. Ancora di più, in una società nella quale i maestri/professori li comprende e li apprezza sempre di meno. Una categoria così negletta, così dimenticata, così umiliata come quella degli insegnanti, che invece sono la base, la spina dorsale del nostro Paese. Senza la scuola non c’è crescita, non c’è cultura, non c’è sviluppo. Non c’è progresso, non c’è speranza. Chi dimentica la scuola compie un errore gravissimo. Sono gli insegnanti i veri eroi del nostro tempo”. Al netto di proclami partigiani, il problema assume una valenza che va ben oltre l’etichettatura di “nostalgici”, ma necessita di una riflessione seria e approfondita sulla scuola che vogliamo.
Ovviamente, la colpa non è della scuola, purtroppo considerata e trattata come l’ultima ruota del carro in un Paese che investe poco e male nell’istruzione, preferendo finanziare progetti e “progettini” vari, invece di fissare un progetto organico della SCUOLA. Probabilmente le cause sono molteplici e affondano le radici malefiche in un depauperamento dei valori morali e familiari; tante volte si sente dire, nei contesti più disparati, che le persone oggi sono meno altruiste, gentili, corrette, responsabili rispetto a un tempo, e che dunque sarebbe in atto, nell’attuale società, una inarrestabile crisi dei valori.
Rigettiamo l’idea che sia frutto di riflessioni nostalgiche del tempo che fu, nell’alveo di una mirabile espressione di Orazio: “laudator temporis acti se puero” (lodatore del tempo passato, quando egli era fanciullo»), che attribuisce questa qualità a chi, essendo per principio conservatore o tradizionalista, mostra di non voler accettare le novità, sia ai nostalgici dei tempi passati, sia a quelle persone anziane che troppo spesso e noiosamente parlano del loro tempo nel quale, a loro parere, tutto andava meglio che nel presente, purtroppo rappresenta una amara e veritiera analisi della scuola involuta di oggi.
Non credo siano passati inosservati i beceri appelli di pseudo personaggi della cultura, postulano di bandire Verga dalle scuole perché tossico, e i classici inutili. Schiere di “disfattisti” che propongono di semplificare i libri di testo, così facendo si potrà più facilmente arrivare alla semplificazione dell’intelligenza umana, minandola e/o annientandola. Il vero capolavoro è dato dalla proposta di eliminare il latino dai programmi del liceo perché è troppo «difficile» per i ragazzi. Ebbene il rischio è sempre in agguato, il 31 dicembre 1962 con la legge 1859 di fatto fu soppresso lo studio obbligatorio del latino nelle classi della scuola media, “capolavoro” voluto dall’allora P.C.I., con la complicità e il disinteresse dell’allora Governo di centro-sinistra. I disastri linguistici derivanti da quella scellerata operazione sono sotto gli occhi di tutti, pertanto se siamo un Paese serio, dobbiamo ripristinare tale insegnamento, non dimenticando che siamo la culla di quella civiltà che tanto lustro ci ha dato nel tempo e nel mondo. Siamo in presenza di una crisi di valori, con un declino morale della società che inarrestabilmente è iniziato da almeno settant’anni, e che imperterrita continua a erodere gli ultimi baluardi, senza che alcuno si adopri ad arrestarlo per avviare la rinascita. Il Governo in carica ha fortemente voluto associare la scuola al merito, interpretando compiutamente l’articolo 34 della Costituzione, nella consapevolezza che solo con uno studio serio e approfondito, potrà far emergere i talenti dei nostri studenti.
E’ necessario recuperare il concetto che studiare è un lavoro, il primo lavoro che i giovani devono imparare a fare per affrontare vita e la società. Si reputa opportuno citare sull’argomento Antonio Gramsci, che in un suo scritto così si esprimeva: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza». Altro che le becere proposte di facilitazioni!
Articolo a cura del Prof. Alessandro Calabrese
Dirigente scolastico









