Si dice che il suo sia il volto più conosciuto al mondo insieme a quello della Gioconda di cui, per ironia della sorte, condivide il destino di nascondere un mistero. La bionda per antonomasia è una superficie piena di profondità, un prisma di contraddizioni, luminosa come un raggio di sole e malinconica come una falce di luna calante: due persone in una, come si descriveva lei. Per il pubblico, voilà la femme fatale dal fascino oltremodo curato che incanta come una sirena, il cui sorriso invitante affascina e confonde fra dolcezza e seduzione. Relegata invece a pochi intimi, la ragazza sensibile e instabile, perfezionista e ossessiva, in cerca di verità assolute che non trova, vestita di dolore e delusa dalla vita, dagli uomini, da se stessa. Un’anima fragile che attraversò lo specchio e fu Marilyn per sempre.

“Sogno ad occhi aperti per lo più la bellezza. Ho sognato di diventare tanto bella da far voltare le persone che mi vedevano passare” diceva. Quella fanciulla, figlia di una madre insoddisfatta e schizofrenica, che visse fra case-famiglia e orfanotrofio, ce l’aveva fatta. Norma Jeane Mortenson Baker era diventata la donna del desiderio: biondo intrigante, labbra rosse, sguardo infinito, neo scurito ad arte, pelle di porcellana, curve da pin-up. Due gocce di Chanel N°5 come lingerie notturna. Marilyn Monroe finì per sostituire Norma anche all’anagrafe.

Allan Snyder, in arte Whitey, la truccò fino al rimasto incompiuto “Something’s Got to Give” e rispettò la promessa di truccarla al funerale. E così fu nell’estate del 1962, vestita in verde del suo amato Pucci, ultimo di un turbinio di abiti persino strappati alle scene, come il midi fucsia di “Niagara” e il lamé dorato di “Gli uomini preferiscono le bionde” che ne faceva una moderna Cleopatra, con la bellezza, gli amori celebri, la reputazione chiacchierata, le leggende, la fine tragica. Iconica mentre canta “Diamonds Are a Girls’ Best Friends” nell’abito rosa o quando intona gli auguri a JFK in quello nude di cristalli, e nel suo abito simbolo: il plissé bianco che svolazza sulla grata della metropolitana in “Quando la moglie è in vacanza”. Così scintillante sotto i riflettori, così minimalista fuori, con un guardaroba di tinte neutre, pantaloni capri, ballerine e nessun gioiello.

“Voglio dare il massimo in ogni momento. Da quando si accende la telecamera fino alla fine. In quel momento voglio essere perfetta” era il suo credo. Usò la sua aria leggera e svampita con grande ironia, tanto che Billy Wilder la definì un genio della comicità e la diresse per la seconda volta in “A qualcuno piace caldo”. Spiccava per disciplina e volontà di imparare, ma non le bastò per farsi assegnare ruoli drammatici dalla 20th Century Fox, pur avendo già dato prova di esserne all’altezza con “La tua bocca brucia”.

Fu allora che, con un colpo di scena, rifiutò una sceneggiatura, indossò una parrucca scura e, con lo pseudonimo di Zelda Zonk, salì su un volo per New York dove prenderà lezioni agli Actors Studios con il noto Lee Strasberg e fonderà una casa di produzione: dopo un anno di minacce legali la Fox si arrese a rinegoziare il suo contratto, mentre Hollywood applaudì la sua interpretazione in “Bus Stop” della Marilyn Monroe Productions. La bambola bionda aveva vinto. E si fece sentire di nuovo quando, stanca di vedere abusi e molestie che lei stessa aveva subito, denunciò questa realtà. Fu uno scandalo. Reazioni paranoiche masochiste, intolleranza al rifiuto, ricerca ossessiva di un padre mai conosciuto: la diagnosi del suo ultimo psichiatra. Marilyn, esasperata dagli aborti, aveva picchi di depressione a base di “non piaccio a nessuno”, dipendeva da sonniferi e champagne, e si accendeva alla vista del suo pubblico, come quando si imbatté nei giornalisti all’uscita dal ricovero: riuscì ad apparire composta, educata e sorridente, dichiarando di stare benissimo. Sarebbe morta due mesi dopo.

I suoi appunti, ritrovati nel 2007, raccontano dell’altra faccia dell’immagine che la piccola Norma Jeane, la bambina spaventata dal viso dolce e gli occhi grandi, aveva costruito dal nulla, fra spettri di solitudine – “Sola! Sono sola sono sempre sola comunque sia”- e paura di deludere o non essere abbastanza brava. Emerge una giovane insicura e timida marchiata da un’educazione fondata su punizione e senso di colpa; una femmina che si fantastica vendicatrice col maschio; una mente con grande capacità di scrutare, come avrebbe detto anche Arthur Miller, suo terzo e ultimo marito, che scrisse per lei la sceneggiatura de “Gli spostati”.

Vent’anni dopo la sua morte, archiviata come probabile suicidio, il procuratore di Los Angeles riaprì il caso e lo chiuse come overdose accidentale. L’omicidio rimase un’ipotesi e la minaccia di Marilyn ai fratelli Kennedy di rivelare i loro segreti non si concretizzò mai. Joe DiMaggio portò ogni anno rose rosse sulla sua tomba: fu il matrimonio più breve della Monroe per la violenta gelosia di lui, che però non mancò mai alle richieste di aiuto della donna che amò per il resto della vita.
Articolo a cura di Claudia Chiari
Direttore editoriale Celebre Magazine World









