A proposito di Piano Mattei

Il «Piano Mattei» ideato dal governo italiano sembra un progetto sano, corretto, razionale. Quanto meno, anche se con molto ritardo, finalmente sul tavolo viene posta un’idea, un intento operativo. «Aiutiamoli a casa loro», però, non dev’essere soltanto uno slogan condivisibile: deve tramutarsi in opere. E deve farlo molto velocemente, perché è in corso una gara contro il tempo e soprattutto contro avversari agguerriti.

Negli ultimi anni, troppi Stati africani che sono finiti sotto l’influenza politica ed economica di Cina e Russia. L’Europa e gli Stati Uniti, del resto, non hanno mai adottato una strategia in grado di aiutare il progresso dell’Africa più povera. Per questo, oggi, l’idea di «aiutarli a casa loro» diventa tanto più importante, in quanto significa anche contrastare con fatti concreti le ingerenze cinesi e russe in Africa. Battere la concorrenza delle grandi autarchie è doppiamente strategico, perché in Africa le imprese cinesi costruiscono strade e ponti, ospedali e aeroporti e ottengono in cambio il diritto allo sfruttamento (spesso bieco) delle risorse locali, non solo minerarie ma anche agricole e ittiche. E moltissime di queste infrastrutture «made in China» sono realizzate male, tanto che diventano fatiscenti in poco tempo. Lo sfruttamento delle risorse in cambio di opere, inoltre, è stato favorito dal bisogno e garantito dalla corruzione. Molti Stati africani, invece, stanno cercando di crescere con regole nuove, più democratiche e corrette. Per aiutarli davvero, è necessario metterli nelle condizioni di poter scegliere tra chi corrompe e poi sfrutta, e chi invece cerca di lavorare bene e più onestamente, disponendo di tecnologie più avanzate.

Considerazioni scontate, direte. Forse. Ma l’operatività del «Piano Mattei» avrebbe decisamente bisogno di input di maggiore concretezza. Quello che sembra essere stato dimenticato, per esempio, è che un progetto ambizioso come il «Piano Mattei» può iniziare con il passo giusto soltanto se offre una risposta vera ai bisogni primari dell’Africa. Sembra essere stato dimenticato che gli abitanti di moltissimi Paesi di quel Continente hanno imprescindibili necessità primarie: una casa in cui vivere e un lavoro per sostentarsi. Noi italiani dovremmo ricordarlo bene, perché fu così anche per noi, nel Dopoguerra, tanto che in Italia l’edilizia si trasformò in un motore importante di crescita soltanto perché creava posti di lavoro e costruiva case. È così anche in Senegal, un Paese che conosco bene. Il governo ha lanciato il PSE (Piano Senegalese Emergente) che si è dato l’obiettivo di creare in pochi anni almeno 100.000 case, che equivalgono a 100.000 posti di lavoro, e quindi il sostentamento per almeno 500.000 persone. Tutto questo in uno Stato la cui popolazione è sotto i 17 milioni di abitanti. La rapidità di risposta è fondamentale per le necessità del Senegal così come lo è per quasi tutta l’Africa.

La rapidità di risposta consolida lo slogan, trasformandolo in realtà. Per rendere rapidamente operative soluzioni già avviate è sufficiente agire utilizzando i principi che si applicano per le emergenze: non servono le «cabine di regia», sarebbe meglio la logica de «i commissari straordinari». Le uniche cabine di regia che possono funzionare andrebbero create con i singoli Stati africani in cui si vuole operare, in modo da accelerare il dialogo sulla soluzione dei problemi prioritari, condividendo la ricerca delle soluzioni più efficaci. Azioni partecipate sono sicuramente più efficaci di molte parole. Quel che il «Piano Mattei» sembra ignorare è che moltissimi imprenditori italiani ed europei hanno già progetti o iniziative che possono diventare operative anche in pochi giorni, eppure non possono fare conto sul sostegno dello Stato italiano, che continua a misurare la validità dei progetti basandosi sulle condizioni dei promotori. Mi spiego meglio: una start-up non può avere tre bilanci consolidati da analizzare, e un’iniziativa sviluppata sulla base delle risorse dei soci non può avere bilanci con una tripla A. Molte iniziative, molti progetti, possono però sottoporre al vaglio delle istituzioni italiane i loro business plan e contratti già sottoscritti. E molti di questi progetti e di queste iniziative posso produrre effetti significativi in tempi brevi, con la creazione di migliaia di posti di lavoro. Il governo italiano ha deciso di muoversi accompagnandosi ai grandi gruppi. L’idea,  evidentemente, è che questi possano essere più efficaci e più «performanti». Non sono d’accordo. I grandi gruppi sono gestiti da manager, non da professionisti o da imprenditori consapevoli che le loro iniziative possono fallire, con perdite di cui solo loro si faranno carico. Per i grandi gruppi è tutt’altra cosa, gli eventuali utili saranno a loro beneficio, mentre le eventuali perdite saranno a carico dello Stato. Voglio poi sottolineare che i Fondi di Investimento e i Venture Capital non prendono in considerazione la partecipazione in iniziative in Africa. Alcuni nei loro siti dichiarano le loro disponibilità, ma sono solo operazioni di facciata, le loro “mission” sono incentrate essenzialmente sull’innovazione tecnologica, che mal si concilia con le iniziative che possono risolvere i bisogni primari degli Africani. L’etica che tutti sbandierano è solo una parola, niente di più.

L’Italia vanta un’imprenditoria e professionalità che non hanno eguali al mondo. La maggior parte è costituita da piccole e media aziende, che si arrangiano senza confidare i particolari aiuti pubblici. Queste aziende hanno il limite di non essere efficaci facendo squadra. Anche i nostri fantastici piccoli imprenditori devo fare un ulteriore sforzo in questa direzione.

Articolo a cura di Umberto Capelli

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