Ci sono storie dai lunghi trascorsi e, se alcune sfociano in un epilogo tragico, altre invece portano con sé il lieto fine. Forse non proprio quello sognato delle favole, ma una fine che vuole essere un nuovo inizio, una seconda possibilità di scrivere diversamente la propria vita. È il caso di Claudia De Rosa, pubblicata da Mondadori con “Le mie catene” nella collana Passione Scrittore nel novembre 2023, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne: l’autrice, condividendo la propria esperienza di abusi psicologici ed economici, dà voce alla speranza di rompere quelle catene che annichiliscono chi le indossa e soffocano voce, anima e libertà. È un libro che parla a tutti perché invita a intraprendere il proprio cammino con la luce della conoscenza interiore, trovando il coraggio di cambiare un destino che sembrava già essere scritto. Sorridente e gentile, durante la nostra conversazione ci ha risposto così.

Un cuore rosa metallico che va in frantumi con una catena che lo circonda è la copertina del suo libro-testimonianza. Cosa esprime e cosa racconta questa immagine?
Questa immagine rappresenta in modo simbolico il viaggio emotivo e psicologico che ho vissuto. Il cuore rosa, che evoca l’idea di un amore vulnerabile e puro, è circondato da una catena che lo imprigiona, rappresentando il controllo e la sofferenza che la violenza domestica può infliggere. La rottura del cuore in frantumi è il momento di liberazione, la rottura delle catene che mi legavano, e simbolizza il processo di riscatto e di resilienza. La catena che continua a circondare i pezzi di cuore, pur essendo ormai frantumato, riflette l’idea che, nonostante le ferite, le cicatrici fanno parte di chi siamo e ci rendono più forti. È un’immagine di speranza: anche nei momenti di distruzione, c’è sempre la possibilità di ricostruirsi e di tornare a brillare, proprio come un cuore che, pur frantumato, non perde mai la sua capacità di amare e di trasformarsi.

Un viaggio intimo di resilienza oltre la violenza domestica, si legge nel sottotitolo del manoscritto. Come è avvenuto il passaggio dall’ombra alla luce?
Il passaggio dall’ombra alla luce per me è stato un processo graduale, iniziato molto prima che avessi una consapevolezza lucida di me stessa e del mio valore. La violenza psicologica e la manipolazione avevano creato un’ombra che mi oscurava, facendomi credere che fosse colpa mia, che non meritassi altro. Questo è un pensiero che molte vittime di violenza domestica vivono, poiché prima della violenza fisica c’è sempre una lunga fase di abusi psicologici, soprattutto emotivi ed economici, che minano l’autostima e la percezione di sé. Tuttavia, in modo inconsapevole, la creazione del mio brand e l’intuizione che ha dato vita ai Gioielli Calamita hanno rappresentato un primo passo verso la luce. In quel momento, qualcosa dentro di me è scattato: forse l’istinto di sopravvivenza, o la profonda consapevolezza che dentro di me c’era una forza che andava oltre la sofferenza vissuta. Questa energia si è espressa attraverso la mia creatività, che è diventata il mio strumento di rinascita. Il mio personal brand non è stato solo una via di uscita, ma una forma di autoliberazione. In quel momento, senza nemmeno rendermene conto, stavo già cominciando a riconoscere il mio valore, a ricostruire me stessa pezzo per pezzo. La luce non è arrivata tutta in una volta, ma è iniziata con quel primo atto di creazione, con la consapevolezza che potevo cambiare la mia realtà e prendere il controllo della mia vita.

Fra le dediche colpisce quella “agli smarriti bigotti e vuoti” a cui augura consapevolezza. Qual è stato il loro ruolo nel suo percorso di vita?
Gli smarriti bigotti e vuoti sono coloro che, nel corso del mio cammino, hanno contribuito a rinforzare le catene che cercavo di spezzare, ma allo stesso tempo sono diventati una parte fondamentale della mia evoluzione. Queste persone, spesso intrappolate nelle loro convinzioni rigide e nel loro bisogno di controllo sugli altri, hanno rappresentato la forma di violenza più insidiosa: quella che cerca di manipolare la verità, di distorcere la realtà e di spegnere la libertà individuale. Queste esperienze, sebbene dolorose, mi hanno insegnato tanto sulla mia forza interiore. Non solo mi hanno spinto a riconoscere i limiti e le ingiustizie che mi venivano inflitte, ma mi hanno anche dato la motivazione per cercare una consapevolezza maggiore, per trovare la luce nel buio. L’incontro con queste persone mi ha costretta a confrontarmi con la parte più profonda di me e a riconoscere il mio valore, anche quando loro cercavano di farmi credere il contrario. Auguro loro consapevolezza perché credo che la vera evoluzione passi dalla capacità di riconoscere i propri errori e limitazioni, di uscire dalla propria prigione mentale e accettare che l’altro, la diversità, la libertà di espressione sono ricchezze, non minacce. Queste persone, purtroppo, non hanno compreso la potenza della libertà e dell’autodeterminazione, ma il mio augurio è che un giorno possano farlo. Per me sono stati il contrasto che mi ha permesso di crescere, di evolvermi e di riscoprire il mio valore, spingendomi a vivere la mia verità con forza e coraggio.

La violenza domestica, un problema diffuso e spesso coperto di silenzio: come si può contribuire al cambiamento?
Il cambiamento nella lotta contro la violenza domestica inizia innanzitutto dal coraggio di parlare. Nel mio caso, il mio processo di guarigione è cominciato quando, dopo aver vissuto l’esperienza in Casa Famiglia, ho capito che non dovevamo essere io e i miei figli a sentirci colpevoli o a vergognarci. Molte donne non denunciano per paura, per il timore di non essere credute o per il senso di vergogna che la violenza porta con sé. Le violenze psicologiche, in particolare, sono le più subdole: non possono essere viste con gli occhi, ma lasciano cicatrici invisibili che spesso vengono ignorate o non riconosciute. Un altro aspetto cruciale è la solitudine che molte donne vivono in silenzio. Creare una rete di supporto è fondamentale, affinché nessuna donna si senta mai sola. Bisogna garantire che ci siano persone pronte ad ascoltare e a offrire aiuto. Purtroppo, i centri antiviolenza spesso non sono abbastanza efficaci e l’assistenza dipende troppo dalla fortuna di incontrare l’operatrice giusta,
quella che davvero sa accompagnarti nel percorso di uscita dalla violenza. Rompere gli schemi mentali e sociali tradizionali è altrettanto fondamentale in questo percorso. Personalmente, la violenza che ho subito dalle due donne familiari del mio ex compagno è stata particolarmente dolorosa. Questo mi ha ferito profondamente, perché pensavo che proprio da quelle figure avrei trovato sostegno, non una forma di violenza. È importante, però, ricordare che la responsabilità principale è sempre di chi commette l’abuso, ma dobbiamo anche rompere il silenzio su tutte le forme di violenza, incluse quelle tra donne.
Un altro punto fondamentale è l’empowerment. Anch’io, purtroppo, sono cresciuta con cliché e standard che mi hanno fatto sentire inadeguata, impedendomi di riconoscere subito la violenza che stavo subendo, nonostante fossi una donna affermata professionalmente e madre single. È essenziale lavorare sull’autostima, riconoscere il proprio valore e conservare l’indipendenza economica, perché questo è il primo passo per liberarsi da ogni tipo di abuso. Un altro aspetto cruciale per il cambiamento è la costruzione della parità di genere. Non possiamo fermare la violenza senza affrontare la disparità tra uomini e donne che alimenta dinamiche di sopraffazione e controllo.

Ma ciò in cui credo veramente, prima di arrivare a soluzioni concrete, è la prevenzione. È necessario educare le nuove generazioni al rispetto, all’uguaglianza e alla non violenza, affinché cambi la mentalità e si crei un ambiente sociale in cui la violenza non sia mai tollerata e le donne possano vivere libere da ogni abuso. La prevenzione deve essere una priorità: fermare il ciclo della violenza prima che inizi è essenziale per proteggere le donne e costruire una società più giusta e rispettosa, partendo proprio dall’autonomia economica.
Articolo a cura di Dafne Ambrosio









