“Se volete conoscere gli anni Sessanta, ascoltate la musica dei Beatles.” Nelle parole del compositore statunitense Aaron Copland è racchiuso lo spettro culturale di un decennio di boom economico occidentale e la relativa chiave per comprenderlo, il quartetto di Liverpool. John, Paul, George e Ringo. Complice del loro successo fu il frangente storico segnato da stravolgimenti sociali, quali l’affermarsi della cultura adolescenziale, l’emancipazione femminile ed il crollo della segregazione razziale, che scandiscono la libertà di espressione dell’epoca. Spira il vento del cambiamento: la Swinging London emerge dal buio del dopoguerra, Mary Quant inventa la minigonna e Twiggy la indossa. Sono gli anni della rottura con il pensiero precostituito e dell’apertura al nuovo, ma anche delle contraddizioni e delle tensioni civili. “Eravamo tutti sulla stessa barca: una barca che andava alla scoperta del Nuovo Mondo. I Beatles erano di vedetta” dichiarò Lennon in occasione di un’intervista. I Fab Four furono i perfetti interpreti di questa “Revolution,” tanto da diventare un fenomeno musicale, commerciale e di costume, come già stava accadendo con il mito di Elvis. La stessa “A Hard Day’s Night,” prima delle loro pellicole cinematografiche finalizzate al lancio degli album, fu un tributo alla Beatlemania.

Piacevano perché erano spontanei, realmente amici, disciplinati e sfacciati nel rispondere a tono a chi dicesse loro cosa dovessero fare, ma senza aggressività né maleducazione. Tutt’altro che artisti tormentati, erano dotati di una rara solidità a fronte della pressione della fama, complice il cameratismo con cui si proteggevano a vicenda e prendevano decisioni solo all’unanimità. Usavano l’umorismo per ribattere alle provocazioni della stampa, e questo piaceva ancora di più. Nell’ottobre ’65 varcarono i cancelli di Buckingham Palace per il conferimento, per quel tempo considerato un gesto scandaloso, della decorazione di MBE (Member of the Order of the British Empire) da parte della regina Elisabetta II. “Non stavamo cercando di alimentare un movimento di popolo, ne eravamo parte, come lo siamo sempre stati. Ritengo che i Beatles non siano stati leader di una generazione, ma i suoi portavoce” spiega McCartney che, insieme a Lennon, autore del gioco di parole fra beetles, scarabei, e beat, ritmo, formò la coppia di compositori di maggior successo di sempre. La storia ebbe inizio ad una festa parrocchiale dove si esibivano i Quarrymen, capitanati da John Lennon che invitò Paul McCartney a farne parte. Si aggiunse George Harrison alla chitarra acustica e successivamente anche come compositore, mentre alla batteria c’era Pete Best.

Era il 1960 quando cambiarono il loro nome in Beatles. Dopo un biennio nei club di Amburgo, Brian Epstein li vide mentre si esibivano al Cavern Club: erano grintosi, disinvolti, carismatici e la loro presa sul pubblico era evidente. Diventò il loro nuovo manager e propose Ringo Starr come batterista. L’intesa con Ringo fu immediata e, nelle loro diverse personalità, divennero una cosa sola rafforzata dall’identità visiva, ideata dallo stesso manager che li fece pettinare e vestire allo stesso modo, futura regola per tutte le boy band che verranno. Epstein creò il loro stile formale da bravi ragazzi in giacca e cravatta, rassicurante ma capace di scatenare folle isteriche di ragazze adoranti, con tanto di inchino all’unisono a fine esibizione. Camicie bianche, pantaloni skinny, stivaletti senza lacci tutt’oggi conosciuti come Beatles e taglio di capelli a scodella, erano un marchio di fabbrica in equilibrio fra tradizione e rivoluzione che sopravvisse allo scioglimento del gruppo nel 1970. Inizialmente i testi erano elementari, quasi delle filastrocche d’amore. “Love Me Do” cantavano nel loro primo singolo e “I Want to Hold Your Hands” in quello con cui due anni dopo avviarono la cosiddetta British invasion del mercato americano. “She Loves You” o ancora “Can’t Buy Me Love” e “All My Loving”. Il sound era unico e il linguaggio era diretto, cosa che alle ammiratrici piaceva e loro lo sapevano bene. Adoravano ciò che stavano vivendo ed il messaggio era univoco: “Twist and Shout,” musica e divertimento. Tutti erano i benvenuti a bordo del loro “Yellow Submarine”.

“Per qualche ragione piaceva tutto quello che facevamo e ci amavano ovunque andassimo. Fu una sorpresa anche per noi”, racconta Ringo Starr. Oltre che alle performance live, per le quali inaugurarono l’uso degli stadi per contenere la folla, la loro popolarità fu dovuta in larga scala alle apparizioni televisive. A New York furono protagonisti dell’Ed Sullivan Show a cui assistettero 73 milioni di spettatori. “Persino i criminali si sono presi dieci minuti di pausa in occasione dello show dei Beatles,” ironizzò George Harrison, prendendo spunto dai quotidiani che dichiararono che in città la criminalità si era quasi azzerata. Man mano, grazie anche al produttore George Martin, affinarono le tecniche compositive convogliando nel loro beat i generi più diversi, come il jazz, il blues, la musica classica e dell’India, fino a quando nel ’65 gridarono “Help!” quasi a premonire quello che sarebbe successo. I Beatles sperimentarono come nessun altro, specie da quando smisero di esibirsi dal vivo nel ’66, dopo aver conosciuto l’aspetto sinistro della popolarità delle insistenti minacce di morte.

La loro compattezza iniziò a disgregarsi lentamente e i litigi, specie fra Paul e John, non ultimo per l’invadente presenza della nuova compagna di quest’ultimo, si fecero sempre più rumorosi. Virarono anche verso il rock psichedelico, in particolare con gli album “Revolver” e “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band,” rompendo l’immagine di bravi ragazzi, cambiando look e facendo uso di sostanze psicotrope. Attaccati ferocemente dalla stampa e dal pubblico, restarono fedeli alla cosa che realmente li univa, fare musica. E nel loro testamento musicale “Let it Be” tornarono in parte alla semplicità del rock and roll delle origini.
Articolo a cura di Claudia Chiari









