C’è un momento, in una gara, che non appartiene a nessuno. È quell’istante sospeso tra il minimo del motore e il rombo che spacca l’aria, il secondo prima del via. In quell’attimo preciso, il pilota non guarda la pista. Guarda il polso. Il Rolex Cosmograph Daytona non nasce per stare in una vetrina. Nasce sulla pista, e per la pista. Siamo nel 1963, nell’America dell’automobilismo eroico, quando la velocità non si guardava in televisione. Si viveva sulla pelle. Rolex era già lì, sul polso degli esploratori. Ma la pista era un’altra cosa. Un’altra domanda. Hans Wilsdorf la capì prima degli altri. Così nacque il Cosmograph. Il nome originario era Le Mans. Poi arrivò Daytona. Dal 1962 era già l’orologio ufficiale dello stesso Speedway.

Il quadrante del Daytona non ha bisogno di spiegazioni. Tre contatori in una simmetria che sembra quasi troppo precisa per essere così. Una ghiera che parla solo di numeri, di velocità, di distanza. Una corona che si stringe tra le dita con quella sensazione solida e densa che certi oggetti hanno e altri no. Sotto quel cristallo che non si graffia, c’è un movimento interamente fatto in manifattura: concepito, costruito, regolato a Ginevra. Settantadue ore di riserva di carica. Al centro batte una molla in lega paramagnetica, color zaffino, insensibile ai campi magnetici e alle variazioni di temperatura. La ghiera Cerachrom è ceramica nera, dura, opaca, impermeabile ai graffi e allo sbiadimento. La cassa Oyster regge fino a 100 metri di profondità. La certificazione Superlative Chronometer è qualcosa di più severo.

La storia del Daytona contiene un’ironia che solo il tempo poteva costruire. L’orologio al momento del lancio non si vendeva. Stava nelle vetrine. I clienti degli anni Sessanta volevano qualcosa di più quieto. Il Daytona era troppo. Troppo legato a un mondo, quello delle corse, che il pubblico borghese guardava da lontano con rispetto ma senza troppa familiarità. Poi arrivò lui, e il Daytona smise di cercare il suo pubblico. Quando Paul Newman cominciò ad apparire sulle riviste con un Cosmograph al polso, qualcosa si spostò. Non tutti i grandi amori si scrivono su carta. Alcuni si incidono sul metallo, in lettere piccole, in un punto che nessuno vede a meno che non cerchi apposta. Joanne Woodward non aveva bisogno di presentazioni. E aveva capito che il suo uomo viveva due vite. Una vita dichiarata. Una su pista. Paul Newman si allenava sul serio, gareggiava sul serio, vinceva. A settant’anni sarebbe diventato il pilota più anziano a vincere una classe alle 24 Ore di Daytona. Così Joanne gli regalò un Rolex. Un Daytona Ref. 6239 con quadrante esotico in avorio e nero. Sul fondello fece incidere tre parole… reali, private, assolute: DRIVE CAREFULLY ME.

Newman lo portò ogni giorno per quindici anni. Dal 1969 al 1984, sul polso di uno degli uomini più fotografati del ventesimo secolo. Poi lo tolse. E per un lungo periodo nessuno seppe che fine avesse fatto. La storia di quell’orologio sparì nel silenzio. Fino al 2017, quando riapparve a New York, nella sala di Phillips, davanti a settecento persone in piedi e a una platea mondiale che seguiva online. L’asta durò dodici minuti. Aprì con dieci milioni di dollari. Quando il martello cadde, il numero finale era $17.752.500. Il più alto mai pagato per un orologio da polso. Era la prova che tre parole incise sul retro di un orologio che nessuno voleva comprare potevano valere più di quasi tutto il resto.

Il Cosmograph Daytona oggi ha smesso di essere uno strumento per misurare il tempo. È diventato il tempo stesso, nella sua versione più ricercata. La gamma attuale è una collezione di caratteri. Il Daytona in acciaio con ghiera ceramica nera. Quello in oro giallo abbinato a un cinturino in elastomero tecnico nero. La versione in oro bianco con quadrante sunray scuro. E poi il platino 950, con ghiera color castagna e fondello in cristallo trasparente.

Sul fondello di qualsiasi Daytona, lo spazio per incidere un messaggio senza tempo. La storia che verrà scritta. Il nome di chi lo porterà. Le parole che qualcuno, un giorno, troverà il coraggio di incidere. Guida con prudenza. Sono io.
Articolo a cura di Gianmaria Garofalo







