Lo svizzero Pascal Murer, vincitore del prestigioso premio Bally nel 2011, ascolta la natura e la trasforma in armoniose sculture di legno, ispirandosi a luce, trasparenza e leggerezza.

Il legame fra la natura e gli artisti è sempre esistito. L’animo sensibile degli artisti riesce a scendere nei segreti della natura e a coglierne i messaggi, rappresentandoli e rendendoli arte. D’Annunzio, nella sua “Pioggia nel Pineto” scriveva del legame fra natura, arte e uomo presente negli alberi: “E il pino/ Ha un suono, e il mirto/Altro suono, e il ginepro/Altro ancóra, stromenti diversi/Sotto innumerevoli dita”. In questo caso, le dita sono quelle dello scultore svizzero Pascal Murer, vincitore nel 2011 dell’importante Premio Bally , che attraverso le sue opere, visibili nel suo atelier VEDOARTE a Locarno, rappresenta la bellezza e l’arte del legno attraverso luce, trasparenza e bellezza, creando opere d’arte che fondono perfettamente innovazione e tradizione.

Pascal, lei è un artista svizzero ma con una formazione internazionale. Cosa ha imparato dai diversi luoghi in cui è stato?

Ho sempre sognato di fare l’artista come mio padre e mio zio. Mio padre era già uno scultore del legno mentre mio zio faceva film. All’inizio, ho studiato tre anni al college pensando di intraprendere Scienze Naturali, perché la natura mi ha sempre affascinato, ma poi ho trovato la mia strada nell’arte e nella creatività. È fondamentale viaggiare, conoscere, visitare maestri, per poi trovare la tua strada. Dopo le scuole, sono andato a Berlino per vedere qualche maestro e al mio ritorno ho trovato una lettera che mi invitata da un importante maestro a Salisburgo. Con lui ho imparato tantissime cose nuove, ho liberato me stesso e il maestro mi ha aperto il suo bellissimo mondo. A quel punto, volevo scoprire quale fosse il mio, così mi sono recato all’Accademia a Vienna. Lì, ho approfondito cosa è l’arte – un quesito a cui non si può dare una risposta univoca, poiché l’arte è dappertutto ed ha infinite forme. Il primo grande maestro che ho trovato lì aveva uno stile classico, mi ha insegnato una grande varietà di tecniche, a modellare la natura, il disegno. Alla sua pensione, è arrivato Michelangelo Pistoletto, con idee fresche e innovative. Grazie a ognuno di loro, ho potuto scoprire il mio stile e forgiare la mia tecnica, non potrei scegliere un altro percorso per arrivare dove sono.

Ci diceva che già suo padre è uno scultore del legno. Cosa ha ereditato da lui?

Da mio padre ho ereditato l’amore per l’arte, per la scultura in particolare, e il rispetto e l’interesse per il legno. Da ragazzo ho avuto l’opportunità di iniziare a lavorare nel suo atelier, ed è stato importantissimo! I nostri stili sono diversi: lui è tradizionale, ornamentale e con le sue sculture stilizza la vita. Il mio stile, invece, riprende la natura. Mi ritengo un tramite, attraverso l’incontro fra il legno ed il mio scalpello, nasce una terza cosa, nuova: è natura, è bella, è leggerezza.

Non dev’essere semplice trasformare un pesante pezzo di legno in leggerezza pura! Come ci riesce?

L’arte è già insita nella natura, io la tiro fuori. Per farlo, uso martelli, motosega e scalpelli di diverso tipo. Nasce tutto da un’incisione che faccio nel mio pezzo di legno, come una linea di carboncino su una tela. La prima parte del lavoro è pesante, in effetti. Parto da un pezzo di legno di circa sessanta, ottanta chili e mano a mano si arriva a circa otto. Si creano forme nuove, che diano risalto a trasparenza, luce e leggerezza: è come se il legno respirasse.

È bellissima la sua associazione fra legno e respiro. Nel suo sito scrive: “Sul mio percorso lascio tracce di origini e di visioni, potremmo chiamarlo respiro”. La natura è quindi vita per lei?

Assolutamente. Natura, arte e vita sono la stessa cosa, che si trasforma e cambia in maniera armoniosa. La vita è un dono prezioso, e corre via velocemente. Lo sappiamo tutti che un giorno moriremo ma viviamo come se dovessimo vivere per sempre. La vita è fugace e dobbiamo fare cose belle e buone, positive. La natura ce lo ricorda e io cerco di trasmetterlo attraverso la mia arte.

Ci è sicuramente riuscito, non a caso ha vinto un premio prestigioso come il Premio Bally nel 2011. Cosa ha significato per lei?

Il Premio è arrivato nel momento perfetto per me. In quel periodo avevo perso mio fratello e mi sentivo confuso. Tu crei quello che senti, lo trasmetti nelle tue opere. Il mio dolore si trasformava in bisogno, ricerca di luce e trasparenza. Io non sono mai stato di quegli artisti “da concorso”, che partecipano a competizioni e concorsi ma quel riconoscimento è stato inaspettato e belllissimo: mi ha trasmesso forza e positività in quel momento difficile, aprendomi una nuova visione artistica.

A proposito di visione artistica: sia lei che sua moglie siete artisti, siete simili nei vostri stili?

No, e ci piace così! Lei per me è fondamentale, ogni artista riceve un supporto ed una ispirazione incredibile da sua moglie anche se mentre crea si concentra sul suo lavoro. Nel nostro caso, siamo entrambi artisti e ci concentriamo ognuno sulla propria visione, anche se ovviamente ognuno conosce profondamente lo stile dell’altro. Siamo diversi, e mi piace tantissimo! Mi piace anche fare mostre insieme a lei.

Lei viene dalla Svizzera tedesca, è arrivato qui nel Ticino dopo aver girato il mondo: cosa l’ha spinta a vivere proprio qui in Ticino?

Il Ticino è un posto davvero speciale: c’è sia il lago che la montagna, tanta natura, mi dà la possibilità di andare in bici, che è una cosa che adoro! La gente, poi, ha un calore speciale. Rispetto al Nord, il clima è diverso e così la sua gente. Siamo arrivati a Locarno per rimanere un anno e non volevamo dare fastidio. Invece, ci hanno subito accolto e fatti sentire benvenuti. Ci sentiamo a casa qui!

Per saperne di più @ Pascal Murer

Articolo a cura di Silvia Giorgi

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