Benessere biopsicosociale percepito: la salute che promuove l’inclusione

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I nostri nonni dicevano: “Quando c’è la salute c’è tutto”. Secondo voi avevano ragione? Ma che si intende con il termine salute? Che implicazioni ha sulla nostra vita? In che modo prendersi cura della salute può contribuire a costruire una società più inclusiva? Questo articolo si propone di rispondere a questi interrogativi considerando la salute secondo il modello biopsicosociale che afferma che ogni condizione di salute o di malattia sia la conseguenza dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali/culturali (Engels, 1977; Scwartz, 1982).

Il modello biopsicosociale supera l’antico dualismo tra psiche e soma, individuando alla base dell’insorgenza della malattia l’interazione dinamica tra fattori biologici, psicologici e sociali (Bertini, 1988) e si contrappone al modello biomedico, che attribuisce la malattia principalmente a fattori biologici che il medico deve identificare e correggere. Si definisce lo stato di salute non come “assenza di malattia” ma come “stato di benessere biopsicosociale percepito”.

 Il focus è sul benessere percepito, cioè su ciò che la persona ritiene sia bene per sé stessa, è importante quindi comprendere l’attribuzione di significato, la valenza che ognuno dà ad una situazione o ad un evento per capire se effettivamente quella persona percepisce di essere in uno stato di benessere o meno. Il concetto di benessere è polisemico, nella sua definizione entrano in gioco sia le caratteristiche individuali (autostima, autoefficacia, processi di confronto sociale), sia la qualità delle relazioni e la percezione del proprio funzionamento nell’ambiente sociale. Il modello del benessere biopsicosociale rovescia inoltre la concezione di salute intesa come stato da salvaguardare, per abbracciare quella di obiettivo da raggiungere attraverso stili di vita sani (Braibanti, 2002). Appare sempre più evidente la centralità del concetto di qualità della vita e l’importanza dei fattori psicologico-sociali nell’insorgenza, nell’evoluzione e nella gestione di condizioni patologiche.

L’obiettivo non è ri-muovere la malattia, bensì pro-muovere le diverse dimensioni di salute. Grazie alla progressiva affermazione di questo modello ci sono state importanti trasformazioni, in particolare la definizione e la classificazione della disabilità ha visto, nel corso del tempo, un articolato processo di revisione. Assistiamo ad una sostantivizzazione degli aggettivi, non si parla più di disabile ma di persona in situazione di disabilità, il focus è sulla persona, non più sul deficit. La disabilità è il risultato dell’interazione fra il soggetto e l’ambiente in cui vive. La disabilità riguarda tutti perché ogni persona in qualunque momento della sua vita può trovarsi in condizioni di salute che, in un ambiente ostacolante, divengono disabilità. Per esempio, se mi trovassi in una giungla tropicale dove l’unico modo per raggiungere una fonte di approvvigionamento di cibo fosse saltare da una liana all’altra per un lungo tratto, io, non riuscendo a completare il percorso, mi troverei in una condizione di disabilità; a nulla mi servirebbero competenze funzionali in un ambiente metropolitano, io non potrei garantire la mia sopravvivenza. Se invece qualcuno con un machete tracciasse un sentiero, in questa fitta e intricata foresta, in modo da consentire di raggiungere il punto di vettovagliamento, io potrei procedere camminando e riuscirei a rifocillarmi e a sopravvivere. Le interazioni ambientali, possono dunque agire da ostacoli o da facilitatori dell’inclusione. In un contesto che facilita l’inclusione e la partecipazione sociale ognuno può avere spazio e senso. L’obiettivo principale è avviare un processo inclusivo favorendo i fattori che promuovono inclusione ed eliminando i fattori che la ostacolano, accompagnando la persona verso la realizzazione del suo progetto di vita.

Paradossalmente una persona in situazione di Disabilità può sperimentare maggiore salute rispetto ad una persona senza diagnosi che si sente insoddisfatta e non riesce a costruire o a realizzare un suo progetto di vita. Non è la disabilità in sé che crea malessere ma sono le porte chiuse, le opportunità negate a creare sofferenza e a facilitare l’innesto di patologie, se una persona con Disabilità riesce a realizzare i suoi progetti, a raggiungere i traguardi che desidera a dare un senso costruttivo agli insuccessi percepirà benessere e sarà in salute. Ognuno di noi ha un potere straordinario. Possiamo decidere di favorire lo sviluppo della salute sia rispetto a noi stessi sia con le persone con le quali interagiamo, possiamo scegliere di coinvolgerci attivamente in un processo inclusivo che ci consente di aprirci con genuino interesse verso chi è diverso da noi e ci offre l’opportunità di ampliare i nostri orizzonti. Ognuno di noi ha la responsabilità di usare o meno questo potere. Fai la tua scelta!

Articolo a cura  della Dott.ssa Maria Elena Mastrangelo

Psicologa e Psicoterapeuta

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