Il Ticino ospita valli che innamorano gli amanti della natura e dell’avventura. Tuttavia, alcune, nonostante la loro bellezza, sono meno conosciute e pertanto meno frequentate. Il che le rende, a mio parere, ancor più attraenti. Una di queste è la Valle Morobbia, che si estende dai 254 metri di altitudine di Giubiasco fino ai 2012 del Passo di San Jorio. Facile, dunque, immaginare quante sfumature di colori e varietà di scenari la natura offra in tanto spazio. La valle ha la foggia di una grande V sul cui fondo scorre, nelle viscere della terra e quindi pressoché invisibile dall’alto, l’omonimo corso d’acqua. La strada cantonale che si snoda da Giubiasco è un susseguirsi di dolci tornanti che si inerpicano per 12 chilometri, fino a sboccare a Carena, un minuscolo borgo con un lavatoio d’acqua cristallina di cui godrò profondamente al termine della mia camminata. Qui la strada si arresta e si prosegue solo con buone gambe e tanto fiato.

La segnaletica è chiara: un dedalo di sentieri si dirama su ogni versante della valle, innervandola. Il percorso più conosciuto è quello della Via del Ferro che da Carena conduce fino all’Alpe di Giumello per proseguire fino al Motto della Tappa e poi scendere in Italia, verso la Val Cavargna. Qui sono ancora ben conservate le testimonianze dell’importante attività siderurgica che animava in passato questa zona: carbonaie, stazioni di posta, cave, miniere, altiforni, fucine e magli ad acqua. Testimonianze che lasciano immaginare come fosse necessariamente dura la vita in una valle così ricca di risorse naturali ma tanto impegnativa dal punto di vista del lavoro dell’uomo. Solo per far funzionare forno e maglio c’era bisogno di decine di lavoratori. La collaborazione era la vera forza umana: mastri da forno e fabbri sudavano fianco a fianco con minatori, boscaioli, carbonai e portini della vena, portini del carbone e cavallanti, ovvero coloro che garantivano il trasporto delle materie prime lavorate lungo la Via del Ferro.

Ma si sa, le montagne di confine tra Svizzera e Italia spesso custodiscono altre storie affascinanti, quelle legate ai contrabbandieri che con le bricolle in spalla sfidavano mille pericoli. Dalla Val Cavargna, gli sfrositt, ovvero gli spalloni, trasportavano le merci verso la Valle Morobbia e la Val Colla, spesso rischiando la pelle anche per la difficoltà dei sentieri. Era un commercio illegale, è vero, ma dal sapore romantico che a volte riscuoteva la complice benevolenza dei doganieri, i quali chiudevano un occhio di fronte a una pratica assai diffusa, almeno fino a metà del secolo scorso.Proseguendo oltre la Via del Ferro si possono raggiungere l’Alpe Levén e, in circa 6 ore e mezza, il mitico Camoghè.

In realtà, noi ci incamminiamo istintivamente per un’altra direzione, sicuramente ancor meno battuta, quella che porta alla Capanna Gesero, attraverso l’omonima Alpe. E’ stata la prima capanna della UTOE, mi dicono, e attualmente è ancora chiusa ma vale la pena salire fin là perché il bosco in questa stagione è in pieno fervore. Di fatti, appena mossi i primi passi sul sentiero aspramente roccioso, eccoci circondati da un mare di felci. Giovani, fresche, leggere, appena lambite dal vento che le fa ondeggiare armoniosamente sollevando nell’aria una sottile musica. Incredibile la varietà di verdi che s’incontrano in questa stagione: da quello tenero delle felci al brillante dei mirtilli, da quello gentile delle betulle al più intenso delle conifere. Tanti soldati, invece, sembrano i faggi schierati fitti uno accanto all’altro, regalando a chi cammina ombra e riposo. La pace che le piante infondono fa dimenticare la fatica della salita e, soprattutto, non fa pensare alla discesa. Il bello è andare avanti senza sapere ancora quale scenario, o meglio, a quale premio si presenterà ai nostri occhi una volta sbucati fuori dalla pancia del bosco. È come un parto: Madre Terra ci spinge sempre più su finché la luce del sole ci illuminerà come fosse un nuovo giorno. Il primo.

Arriviamo all’Alpe Gesero dopo poco più di 2 ore e mezzo, con varie divagazioni tra foto e osservazione di piante e fiori. E in meno di mezz’ora raggiungiamo finalmente la Capanna, a 1774 metri, ospitata nel cuore di un’ampia conca verde dove verrebbe voglia di rotolarsi liberi come bambini. Di fronte s’erge la Cima delle Cicogne, mentre alle nostre spalle svetta il Camoghè ancora screziato di bianco. Da lì sopraggiunge un corridoio d’aria sensibilmente più fresca, rigenerante, come fosse il respiro della montagna a calare fin nella valle. Un silenzio benedetto risuona in questo punto, interrotto solo da un cucù che riecheggia acuto, apparentemente unico ospite insieme a noi umani. Non abbiamo incontrato nessuno salendo, a parte aquilotti e poiane, altrettanto sarà per il ritorno, e questo per me è sempre magico. È l’illusione d’essere immersi totalmente e solamente nella Natura, in un ideale ritorno alle origini. Il ritorno, invece, è reale e non un’illusione. Il sole ancora alto e prepotente ci fa apprezzare ancor di più l’ombra delle piante che hanno custodito le tracce del nostro passaggio sulle mulattiere. Ritroviamo l’odore delle foglie, delle cortecce e degli aghi di pino mescolati all’humus del terreno in un inebriante alchimia di fragranze primordiali.

L’unico elemento che manca è l’acqua, a parte qualche rigagnolo del Morobbia che affiora timido dalle zolle di terra, prezioso ma non sufficiente per rinfrescarci. Ecco, allora, che una volta riconsegnati a Carena, la vista del suo bel lavatoio appare come una manna e la tentazione di immergersi interamente per abbeverare il corpo è fortissima. Ovviamente ci limitiamo a bere abbondantemente, ad occhi chiusi, dissetando anche la mente. Stupita, felice e ancora in cammino per i sentieri della bella Valle Morobbia.

Articolo a cura di Paola Cerana

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