Riprendo il treno un po’ a malincuore. Il mio soggiorno a Lucerna è stato breve, sì, ma assai intenso, tanto da portar via con me un ricco strascico di immagini e di sensazioni da rivivere con la mente. E quale miglior situazione se non il costante cullare del treno per abbandonarmi alla sonnolenta rêverie che allaccia sogni e realtà e lasciarmi ricondurre, questa volta ad occhi chiusi, nell’anima di una città che innamora.

È la città della luce della Svizzera, come l’etimologia del nome evoca. “Attorno, lo splendore del mondo” pare avesse commentato Goethe ammirando il suo cuore storico e le maestose montagne che lo coronano riflesse nel lago. Ma Lucerna nasconde qualcosa di ancor più magico, dietro l’evidente bellezza urbanistica e naturalistica. E lo afferro solo dopo averla lasciata. Arrivando in treno, l’imponente stazione ferroviaria, opera dell’architetto spagnolo Calatrava, accompagna all’esterno dove, prima di essere ricevuti dalla frenesia della città, ci si imbatte nell’antico portale d’ingresso della precedente stazione. Un simbolico arco trionfale che mantiene viva la memoria storica di Lucerna, in tutto il suo sfarzo, in tutta la sua solennità. Elegante, ridente, illuminata.

Ecco la magia: come in una matrioska, la città di oggi è intimamente legata a quella di ieri ma, paradossalmente, il primo impatto mi suggerisce che sia il passato a racchiudere il presente, e non viceversa. Ripensando al mio ingresso in città, infatti, mi sento catapultata negli anni della Belle Époque, quando qui si riuniva la crème di personaggi provenienti da tutta Europa. I ricchi turisti di allora amavano trascorrere qui le proprie villeggiature, lunghe anche mesi, attratti dalle tre montagne affacciate sul Lago dei Quattro Cantoni: il Rigi, il Pilatus e il Titlis. In particolare, sul Rigi uno lussuosissimo grand hotel, lo Schreiber, era il punto di riferimento di maggior prestigio. Da lassù, gli ospiti di allora erano deliziati e coccolati, risvegliati all’alba dai cori alpestri e dai tradizionali alpenhorn. Era abitudine offrire alle grandes dames calde coperte per poter ammirare senza brividi il sorgere del sole che, elevandosi sul profilo delle Alpi, rinnovava ogni giorno l’inno alla vita, alla felicità, alla speranza.

La fermata del mio treno a Arth-Goldau, annunciata dalla voce in carrozza, interrompe la piacevole rêverie e mi riporta a oggi. Anche se – penso – lo sfarzo e la raffinatezza della Belle Époque sono inevitabilmente tramontati, così non è per lo spettacolo che ancora oggi le Sonnenaufgangsfahrten, ovvero le “escursioni per il risveglio del sole”, regalano a chi si avventura su queste cime, a piedi o trasportati dai trenini di montagna. La poesia di un’alba o di un tramonto resta immutata nei secoli, così come l’animo umano di fronte ad essi. Il treno riprende il viaggio e io il mio. Fuori del finestrino scorre un paesaggio collinare di una quiete disarmante, ancora indeciso se arrendersi agli abiti dell’autunno. Dentro di me, invece, scorre Lucerna, sovrapponendo all’estatico fascino della natura la sua verve di cittadina illuminata.

La maggior parte degli edifici monumentali sorge lungo le rive del fiume Reuss, edifici tuttora sontuosi e ben conservati che s’impongono allo sguardo con rispetto. Il centro storico vero e proprio resta sulla riva settentrionale del fiume, ma in realtà le tracce di ieri sono diffuse un po’ ovunque. È facile, per chi non conosce ancora la città, farsi sorprendere da una piazza, da una scala, da una fontana, dalla facciata di un palazzo, tutti inattesi microcosmi urbani che raccontano secoli di storia. Uno dei monumenti più celebri di Lucerna, si sa, è il Kapellbrücke (il Ponte della Cappella) che conduce verso l’Altstadt. Costruito tra il 1300 e il 1333, è forse il ponte coperto in legno più antico d’Europa. Mi rivedo camminare lì, avvolta da una fresca e umida penombra, mentre il sole all’esterno abbevera i gerani carnosi, sospesi sull’acqua prepotente della Reuss. Passo dopo passo, 110 pannelli in legno dipinti nel XVII secolo narrano la storia e gli avvenimenti principali della città. Circa a metà del ponte la Wasserturm (la Torre dell’acqua) mi ricorda la sua funzione difensiva. A mio parere è il simbolo più irresistibile di Lucerna, cangiante con le sfumature della luce del sole e con i bagliori della notte, e così anch’io non posso fare a meno di immortalarlo come una creatura viva in posa.

Risorto con furore dopo l’incendio del 1993, il Kapellbrücke è la dimostrazione di come nelle vene di questa città scorra una storia ancora palpitante, indistruttibile, destinata ad essere tramandata. I ponti, del resto, son fatti per unire. Non solo spazi ma anche tempi lontani. Anche lo Spreuerbrücke (il Ponte del Mulino), tra la Kasernenplatz e la Mühlenplatz, costruito nel 1408, con la sua particolare andatura a zigzag unisce le sponde della Reuss, contribuendo a dare alla città un aspetto dinamico e solenne insieme. Sento che il treno ha imboccato il tunnel del Gottardo e per una buona ventina di minuti sarò nella pancia della montagna. Nel buio, il vetro del finestrino riflette la mia immagine. Gli occhi un po’ appannati, il resto del viso coperto dalla mascherina che, tuttavia, non nasconde la pienezza di soddisfazioni dopo due giorni di intenso esplorare. E questa visione mi rimbalza a un altro momento della mia visita a Lucerna, più materiale ma non meno importante: la cena. Sì perché, oltre alle bellezze monumentali, a richiamare la mia attenzione durante il girovagare in città, è stata anche la facciata di un edificio molto particolare, interamente dipinto con disegni, figure e colori forti. E guarda caso, lì dentro c’è un ristorante storico. Fritschi, questo il suo nome.

Ma Fritschi cosa significa, o chi è? Lo scopro cercando in rete, mentre riassaporo col pensiero quei croccanti rösti con speck e formaggio, allietati da un perfetto St. Saphorin, in un ambiente caldo di legni intarsiati, pelli lavorate a mano e luci avvolgenti. Il Fritschi è un personaggio carnevalesco di Lucerna, un uomo di mezza età sposato con la Fritschene dalla quale, ovviamente, ha un Fristchkind. È un ometto di paglia, simpaticamente bucolico. Esisteva già nel Quattrocento e di storie sull’origine del nome ce ne sono diverse. A me basta sapere che ho cenato in una casa dedicata a lui, lui che ogni mese di febbraio viene celebrato dalle parate dei carri di carnevale di Lucerna. Ecco che anche la facciata dipinta del Fritschi Restaurant possiede il suo perché, racchiuso, naturalmente, nella storia della città.

È proprio come sentivo, allora: qui il passato riveste il presente, capovolgendo magicamente la coerenza del tempo. Devo essere sbucata dal tunnel del Gottardo da un pezzo, perché la voce in carrozza annuncia che il treno imboccherà a breve la galleria del Ceneri, da poco inaugurata. “Questo anticiperà l’arrivo a Lugano di dieci minuti” prosegue la voce, quasi scusandosi con i viaggiatori per l’imprevisto. Un altro scherzo del tempo – penso sorridendo – scherzo, forse, solo in un Paese come la Svizzera può capitare!

 a cura di Paola Cerana

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