Pareo, infradito e uno scooter per volare. Il senso di libertà che si respira esplorando Phuket, possibilmente a cavallo di due agili ruote, è irresistibile e fa immediatamente sentire il forestiero “farang” (in lingua locale) parte integrante del caleidoscopico multiverso thailandese. Si scopre la bellezza di sentirsi liberi anche dagli stereotipi del turismo più scontato per avvicinarsi, piuttosto, alla vera anima di un Paese che merita di essere conosciuto nel profondo della sua identità culturale e rispettato nella sua semplice quotidianità.

Osservando come si muovono gli abitanti lungo le strade che collegano le cittadine di Phuket, motocicli e tuc tuc – i taxi tradizionali – sembrano essere una protesi del corpo stesso dei Thailandesi. Qui tutto e tutti si spostano così, con frenetica disinvoltura: persone, cibo, animali, merci, in un viavai brulicante eppure ordinato nel suo caotico scorrere. Fare parte dello stesso roboante sciame aiuta a sentirsi un po’ Thai. Lasciamoci trasportare, dunque, dal vento che scompiglia le strade, dagli odori penetranti dei mercati, dalla languida brezza dell’oceano e abbandoniamoci ai sorrisi disarmanti di un popolo industrioso che sa farsi benvolere. Il sorriso, infatti, qui non è solo un’espressione superficiale ma un vero e proprio modo di vivere, di comunicare e di entrare in contatto con l’altro. Questa garbata apertura è contagiosa e imbeve di dolcezza, in un contesto dove l’esuberanza della Natura completa un menù già accattivante. Per quest’insieme d’attrattive Phuket non è una banale meta turistica, bensì un luogo ideale dove trovare energia, pace e armonia.

Raggiungibile in un’ora circa di volo da Bangkok, lunga appena 54 Km e larga 22, l’isola è collegata alla terraferma dal Ponte Sarasin. É abbastanza grande per ospitare paesaggi molto diversi tra loro, eppure sufficientemente piccola per essere a misura d’essere umano e far sentire chiunque a casa propria. Incorniciata da sinuose spiagge di sabbia ambrata, Phuket si dispiega in un susseguirsi di scenari che giocano a rubarsi fogge e colori. Dal verde delle soffici colline all’intrico della jungla, dai palmeti grondanti di cocchi agli alberi della gomma, dai pini sempreverdi alle mangrovie che affondano le contorte radici nelle sabbie, fino alle spiagge a mezzaluna che si srotolano verso orizzonti blu: ogni microclima permette la convivenza di altrettante diverse specie animali. Il tutto incorniciato da un incantevole collier di oltre 30 isole e isolette, altre piccole perle di un unico prezioso scrigno.

Se oggi Phuket è apprezzata prevalentemente come meta balneare, un tempo era appetibile per altri valori. Sorgendo sulla via delle principali rotte tra India e Cina, l’isola attirava per lo sfruttamento dello stagno e della gomma. L’intenso traffico commerciale del passato ha impresso a Phuket un sapore cosmopolita che tuttora scorre nelle vene dell’isola e si declina nell’arte, nell’architettura e nella cucina. Affascinante è osservare le bancarelle che sfoggiano frutta, ortaggi e cibi straordinariamente conditi di fragranze esotiche accanto a piccoli altari ornati, colorati e odorosi di incensi, presenti in ognidove. L’attenzione per la sacralità riconduce gli effimeri piaceri della vita quotidiana verso una sfera di spiritualità elevata che qui accomuna tutti. Pur essendo un Paese prevalentemente buddhista con rigurgiti animisti, la cultura thailandese contempla la convivenza di diverse fedi, dall’induismo all’islamismo, dal cristianesimo al sikhismo, ciascuna con i propri luoghi di culto architettonicamente sontuosi, spesso recuperati come centri educativi e di ritrovo sociale. Quest’apertura a diverse pratiche religiose è un’ulteriore forma di sorriso, dettata fondamentalmente dai principi buddhisti di pace e tolleranza verso il prossimo. L’aura di sacralità sfuma nella materialità più commerciale quando si arriva a Patong, principale località turistica dell’isola e fulcro della vita notturna. Patong Beach oggi è la consacrazione del divertimento, dello shopping e della trasgressione, per chi ama queste vibrazioni. Tuttavia, appena fuori da questo guscio tentacolare e ammiccante di facili tentazioni, si torna a respirare un’atmosfera più intima, dettata da ritmi più quieti e da quel contatto con la Natura che ristora corpo e spirito.

Sempre a cavallo di uno scooter, lungo la costa occidentale verso l’aeroporto, è facile raggiungere le spiagge di Kamala, Surin, Bang Thao e di Nai Yang con il suo Parco Nazionale di Serinat che, per chi “sente” la Natura, si traduce in un vero e proprio tempio di verde, dove entrare a piedi scalzi, come di rigore, per ritrovar l’armonia con se stessi. Comune denominatore alle spiagge, il blu cobalto di un oceano che sa farsi perdonare per i suoi imprevedibili eccessi e invita a lasciarsi cullare dalle sue miti onde. Karon, Nui e Kata Beach sono altre spiagge ancora apprezzabili, anche se di anno in anno l’urbanizzazione ruba sempre più spazio alla selvaticità della Natura, assecondando i desideri di un turismo ormai dilagante ed esigente. Tuttavia, si può ancora gustare il sottile privilegio di sentirsi parte integrante di un’isola quasi verginale spingendosi fino a Khao Lak, nella provincia di Phang Nga, località che mantiene pressoché intatto il suo habitat, soprattutto allontanandosi dal cuore vibrante del villaggio. Foresta pluviale, fauna selvatica, rigogliose cascate e specchi d’acqua dolce fanno da controcanto a spiagge dorate dove è possibile camminare per ore senza dover farsi largo tra lettini e ombrelloni. Il rapido alternarsi delle maree scolpisce il profilo delle insenature sabbiose, creando laghetti spontanei e rivoli d’acqua caldi dove è dolce abbandonarsi al sole. Albe e tramonti, a Khao Lak, scrivono sull’orizzonte poesie da assaporare in silenzio, a tu per tu con il mormorio del mare e del proprio batticuore.

Un mare che regala tante altre emozioni, perché a pochi minuti di barca dalla costa si possono raggiungere isole minori d’impagabile splendore. Prime tra tutte le Similian e Surin, mete predilette dai subacquei che nel profondo blu dell’Oceano Indiano trovano tutto il fascino dei coralli, delle alcionarie e delle gorgonie. Sempre nella bella baia di Phang Nga, raggiungibile in barca attraverso canali d’acqua protetti dalle mangrovie, emerge una delle isole più piccole e tuttavia più celebri al mondo: Khao Phing Kan, ribattezzata James Bond Island per via di un noto 007 ambientato qui. In realtà, si tratta di un monolite di roccia calcarea alto 20 metri a strapiombo sull’acqua, ricoperto a sprazzi da foresta. Alla base, cavità naturali e suggestive grotte invitano ad essere penetrate in kayak per gustarne il silenzio e la pace, possibilmente in assenza di frotte di turisti. Abbandonando il mare, ma non lontano, giace il grande Buddha reclinato, conservato all’interno del Wat Suwan Kuha, un tempio grotta risplendente di ori e di sfarzi, sorvegliato da decine di chiassose scimmie. Una sosta è d’obbligo. Le brevi distanze consentono di visitarlo se non altro per regalarsi qualche ricordo fotografico, tra sacro e profano, ricordando tuttavia che ciò che per noi occidentali è turismo e curiosità, per i locali è cultura e tradizione. Pertanto, luoghi e usanze vanno sempre rispettate.

Un’esperienza imperdibile che riporta al contatto con la Natura è l’incontro con gli elefanti, molto amati in Thailandia. Oltre a poterli montare e far trekking nel cuore della jungla sul loro possente dorso, è possibile offrirsi di lavarli. Sì, è possibile giocare con un piccolo elefante in una pozza d’acqua, bagnarlo e bagnarsi insieme a lui, cospargendo la sua pelle rugosa di argilla, spazzolarlo e risciacquarlo. Frugare dentro quella corazza sopravvissuta all’ere arcaiche e cogliere nello sguardo di queste creature la richiesta di cure, il desiderio di carezze, forse anche di parole, e intuire la gratitudine per il piacere dato da una manciata di banane finito il bagno, è un’emozione. Senz’altro i locali prenderanno bonariamente in giro noi occidentali disposti a pagare qualche bat per infangarci insieme ai pachidermi. Eppure, trascendendo i luoghi comuni e spogliandosi della veste di turista, quest’esperienza trasmette quel senso di primitività da cui tutti proveniamo e da cui tutti abbiamo preso le distanze in virtù di una civiltà che ci sommerge di comodità. Per questo, un “a tu per tu con gli elefanti”, in queste condizioni di libertà e sicurezza, è un’avventura non solo emotiva ma anche educativa. E per decantare le tante emozioni raccolte durante un’immersione a Phuket, non possono mancare un massaggio thai, con cui riattivare tutti i canali energetici dell’organismo per un benessere olistico, e una golosa cena a base di piatti locali, che sia consumata per strada, in un mercato o in un ristorantino tradizionale. La fantasia di sapori, odori e colori nella cucina thai, ricamata da felici contaminazioni indiane e cinesi, è seduzione allo stato puro. La mescolanza di sweet and spicy, di “pet-pet”, ovvero molto, molto piccante, il ventaglio di erbe, aromi e fragranze che ridanno vita a pesci e carni, insieme all’immancabile riso, innamorano i sensi a partire dall’olfatto che resta inebriato. Anche questo è un modo per sentirsi un po’ Thai!

Il piacere del palato è l’epilogo perfetto di una giornata perfetta, parte di una vacanza che, in realtà, diventa esperienza di vita. E l’indomani lo scooter sarà di nuovo lì ad aspettarci, pronto per una nuova cavalcata in libertà, qua e là per le strade assolate di Phuket. Naturalmente con il sorriso nel cuore.

Articolo a cura di Paola Cerana

 

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