Walter Marin si diploma giovanissimo al Liceo Artistico di Treviso per iscriversi alla Facoltà di Architettura di Venezia. L’interesse per l’Arte è parte integrante della sua vita, infatti frequenterà vivaci circoli culturali frequentati da brillanti Artisti: Giuseppe Cendron, Anita Corbos Corradini, Mario Pozzebon e Mario Vizzini con i quali farà nascere il Circolo Culturale di Istrana (TV).

Ma è nel 1980, all’Accademia di Belle Arti di Venezia, che matura la sua consapevolezza artistica diventando allievo di Emilio Vedova. Il maestro lo porterà a padroneggiare nuove forme artistiche che spaziano dal bianco e nero al colore e dalla grafica, alla pittura. É allora che l’artista maturerà riversando il suo istinto sulla tela con la stessa foga con cui un ghepardo attacca la sua preda dopo averla osservata, studiata e inseguita per molto tempo. Osservatore astratto, perché invisibile, che coglie dall’ambiente in cui si immerge quelle vibrazioni impercettibili che solo la sensibilità di un artista può cogliere.

La musica inciampa tra note improvvisate che si rincorrono mescolandosi con gli ingredienti di un drink, con il complice vociare del pubblico divertito, con gli odori, con il fumo, con l’alcool ed il gusto del cibo impastato con il sapore del tabacco. Ci conduce in uno storico locale di musica jazz che resterà per sempre, quel sempre dell’arte, impresso sul tessuto dipinto, tirato come le corde di un contrabbasso sul telaio della tela che diventa essa stessa strumento musicale e cassa risonante.

La sua arte è scoppiettante e riporta la sonorità degli ambienti restituendoci gli echi delle sale piene o dei capannoni vuoti, delle stazioni ampie da cui partono o arrivano sagome di bagagli che esplicitano i loro contenuti per la loro forma: una chitarra, un sassofono, una tromba o una semplice valigia di chi scappa o di chi ritorna. Ci siamo noi in quelle opere ed è per questo che le desideriamo, per fissare quell’istante in cui decidemmo di scappare o di tornare. Come in un romanzo dei primi del novecento Walter ci racconta e si racconta. Come nella vita gli interessi e le passioni ci portano in lidi sicuri distraendoci dal dolore, alla stessa maniera, Marin protegge la nuda tela con caldi strati di colore; corposa materia che difende il vuoto di cui siamo colmi.

Come gengive scoperte la tela viene graffiata e irritata dall’artista che con artigli rimuove lo strato di colore che la protegge. La materia è il corpo dell’opera, l’olio spesso e voluminoso, che lui stesso pone, accarezza e graffia mentre è ancora fresco o quando è ormai solidificato. Spalma il colore con cura e poi lo rimuove, lo scortica e lo strappa, ci gioca e ci litiga. Lo diluisce a tal punto da renderlo candido e puro oppure torbido come una pozzanghera compromessa dagli scarichi delle automobili che sfrecciando la calpestano schizzandola sulla tela. Astrattismo su figurativo, è questo il contesto dello scontro, l’equilibrio che rende completo il maestro. Non esiste una macchina fotografica in grado di riprodurre fedelmente quelle sensazioni ma l’artista ci riesce.

L’arte è esigenza e l’esigenza di Walter Marin è quella di cogliere i ricordi senza farne scolorire le emozioni.

Per saperne di più @ Walter Marin Art

 

 

Articolo a cura del Prof. Luca Caricato

Esperto Vinciano – Storico dell’Arte – Critico d’Arte

Luca Caricato – La dimensione dell’Arte

 

 

 

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